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Caro Maestro

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Caro Maestro


Quando passa tra la gente è tutto un vociare di congratulazioni e invocazioni. Renato Carpentieri, protagonista del pluripremiato film di Gianni Amelio La Tenerezza in cui interpreta un burbero e arido settantenne con due figli assenti, è per tutti “il Maestro”. Lui che incarna l’essenza del teatro e che si scaglia contro un sistema di monopolizzazione della cultura e della gestione dei fondi destinati alla settima arte, rivela a noi il suo volto umano.

Sui figli ha le idee chiare
Se i figli si allontanano anche un padre si ritrae. Oggi occorre stare attenti, essere cool, freddi, distaccati dagli altri. La figura paterna è entrata in crisi da un secolo perché i padri sono assenti.

A colmare questa carenza d’affetto spesso si insinuano le badanti, è una condizione diffusa quella che espone gli over a questa carenza di affetto?
È così. Le badanti servono perché non c’è più questo rapporto ma addirittura Lorenzo, il protagonista del film in cui ho recitato, è ancora più estremo, ha maturato una solitudine e un isolamento profondo e odia persino le badanti.

La ruvidità di Lorenzo, il personaggio che ha interpretato ne La Tenerezza e con il quale ha vinto un nastro d’argento è un po’ la sua. Anche Carpentieri non è accondiscendente con i figli?
Il figlio deve essere autonomo, andare per la propria strada e accettare di essere amato, nel tempo, in modo diverso dal padre, che invece di accarezzarlo, lo sostiene nel percorso di autonomia.

È cambiato oggi il rapporto padre-figlio, è più complicato?
Il padre è andato in crisi un secolo fa. Si avverte proprio l’assenza fisica del padre che va a lavorare e i figli non sanno neppure che mestiere svolge. Ma ora è tutto ancora più deteriorato: ognuno cerca una tana. Si è diffusa l’idea che bisogna difendersi dagli altri per cui la cosa è ancora più complicata. Se non si riesce a sperimentare il giusto rapporto, dalla cortesia all’ amore passando per la tenerezza, la vita è infelice.

Il figlio deve meritarsi il bene del padre oppure deve essere innato? Pensa sia fisiologico il distacco dal genitore a un certo punto della vita?
Non proprio. C’è questa tendenza ad abbandonare i genitori più che ad allontanarsi. È una deriva che non fa bene e che induce il padre a regolarsi di conseguenza.

Veniamo al teatro. In Campania è diventato difficilissimo lavorare, perché?
Perché c’è un monopolio sfacciato anche a teatro. I contributi europei sono gestiti da un piccolo gruppo di persone e agli altri non resta nulla. Tra l’altro la gestione degli spazi teatrali dovrebbe essere basata su competizione e bandi pubblici, ma puntualmente restiamo delusi.

Quale destino vorrebbe per la sua arte?
Dignità e spazio. Ora ci sono spettacoli di puro divertimento e sempre più difficoltà per le compagnie che interpretano altri generi diversi dalla commedia. E purtroppo un sistema del genere è destinato a perdurare”.

articolo di Francesca Cicatelli / Foto di Claudio Iannone / settembre 2017