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ADRIANO PANTALEO

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ADRIANO PANTALEO


L’attore napoletano lanciato da Io Speriamo Che Me La Cavo e Amico mio è cresciuto. Dopo il successo di critica e pubblico de Il Sindaco del Rione Sanità è sempre più lanciato in progetti da autore e produttore non manca il NEST, ma al primo posto c’è il rapporto con i suoi figli

“Come avrai capito, parlo tanto. Negli ultimi tempi, sto parlando ancora di più. Forse perché sono davvero felice…” questa frase descrive il modo gioioso di relazionarsi di Adriano Pantaleo, accogliente, senza troppi filtri. Gli piace raccontarsi, soprattutto, gli piace raccontare i suoi obiettivi raggiunti e da raggiungere nel suo lavoro e che in questo momento è particolarmente soddisfacente tra il successo alla Mostra del cinema di Venezia de Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone dove interpreta Catiello scritto appositamente per lui, i set della serie tv che sta girando per la Rai e il teatro con la tournée italiana di Non plus ultrà.
Nel suo cuore un posto privilegiato c’è il NEST, lo spazio teatrale di 100 posti che Pantaleo insieme all’attore e regista Francesco Di Leva (con il quale ha anche creato la casa di produzione cinematografica TerraNera) e a un folto gruppo di artisti ha fondato a San Giovanni a Teduccio in una vecchia palestra di una scuola abbandonata questa fervida realtà artistica, dando vita a un’operazione culturale e di recupero sociale mirato soprattutto ai giovani.
Durante la nostra conversazione, il pronome che maggiormente usa è “Noi” di rado mira il discorso esclusivamente su di sé, ma c’è sempre un significato di coralità, rafforzando ancora di più quel senso di collettività che in fondo risiede nel teatro.

Adriano, partiamo dall’incontro con Lina Wertmüller che a ottobre ha ricevuto il Premio Oscar alla carriera. La decisione di sceglierti per Io Speriamo Che Me La Cavo ha tracciato il tuo percorso.

Decisamente sì! Per me è stata ed è ancora molto di più che una regista. La porto nel cuore e quando posso la vado a trovare. Quel film resta unico ed eccezionale per me rispetto a tutto quello che ho fatto durante questi 28 anni di carriera. Oddio, fa impressione a sentirlo ma quando Lina mi ha selezionato ero davvero piccolo. A un certo punto della mia vita questo lavoro è diventato ordinario, ma quando ho girato Io Speriamo che me la cavo, dove si divideva la scena con Paolo Villaggio che per noi bambini era conosciuto come Fantozzi, per me era qualcosa di straordinario e così lo ricorderò sempre.
Devo tutto a quel film perché poi da lì sono arrivati anche Ci hai rotto papà di Castellano e Pipolo dove c’era anche Elio Germano, poco più grande di me. In merito a Io speriamo che me la cavo, sto portando avanti con il regista Giuseppe Marcalvaro un progetto a cui tengo moltissimo e che mi riporta alle origini sul set di quel film. Per ora è ancora tutto Top secret, ma quello che posso dire è che tutti quelli che amano quel film e che ogni volta mi chiedono che fine hanno fatto i ragazzi di quel film saranno sicuramente contenti. Lo faremo alla soglia dei 30 anni da quando è stato fatto Io speriamo che me la cavo.


Durante questi 28 anni, hai mai pensato, anche soltanto per qualche minuto, di cambiare totalmente strada?

Questa è una bella domanda. In realtà, in questo periodo della mia vita, dove sto anche vivendo in pieno la paternità con la mia bimba di 7 anni e il mio figlioletto di un anno e mezzo, mi sto ponendo delle domande che prima non mi sono mai fatto e ti dico che me lo sono chiesto anch’io. La risposta per certi versi è contrastante. Io ho sempre fatto questo e non ho mai pensato di poter fare altro nella mia vita. Quando ero più piccolo ed ero popolare soprattutto per il ruolo di Spillo nella fiction Amico mio con Massimo Dapporto e un giovanissimo Pierfrancesco Favino che all’epoca faceva impennare gli ascolti televisivi, pensa che ricordo che avevo anche problemi a uscire per andare a scuola tanto il successo stratosferico della serie e i miei genitori hanno sempre fatto in modo che io restassi con i piedi per terra. Soprattutto, mi hanno sempre fatto presente che questa sarebbe potuta essere un’esperienza che probabilmente sarebbe finita. Infatti mi sono diplomato in ragioneria con indirizzo informatico, poi mi sono iscritto all’Università La Sapienza di Roma, ma arrivato a un certo punto io non sono riuscito a pensare la mia vita lontano dall’attorialità. Forse perché i ricordi della mia infanzia sono sempre legati a questo mestiere. Detto questo, mi sono chiesto, però, se potevo e posso fare l’attore per sempre. Questo è un lavoro difficile, faticoso, in cui bisogna studiare e impegnarsi seriamente per riuscirci. Ci sono stati momenti di crisi perché lavoravo di meno, ma la caparbietà mi ha aiutato molto.

Però tu non fai solo l’attore. Come anche alcuni artisti del gruppo NEST, lavori attivamente dietro le quinte scrivendo e producendo spettacoli e cortometraggi.

Sì. A un certo punto ho capito che volevo fare questo lavoro in un determinato modo. Mi piace essere scritturato per il cinema e per la televisione, ma quando posso, cerco sempre di metterci del mio. Da questo punto di vista è stato molto importante l’incontro con Francesco Di Leva, Giuseppe Gaudino e Peppe Miale Di Mauro e con la fondazione del NEST. È nata in me la voglia di far accadere le cose. Dopo la formazione dello spazio abbiamo iniziato a produrre le nostre cose e quelle di giovani registi. Poi c’è il cinema che è il mio primo amore e con Francesco abbiamo creato la casa di produzione TerraNera dove abbiamo iniziato a produrre prima alcuni cortometraggi come Malamenti di Francesco Di Leva, girato tutto con il cellulare dove abbiamo fatto un gran lavoro di post produzione inserendo contributi animati e abbiamo vinto molti premi come il Nastro d’Argento. Poi c’è stato anche il mio primo cortometraggio da regista Sensazioni d’amore. Lavorare nella produzione mi calza a pennello e vorrei continuare e spero di riuscire anche a realizzare appena possibile il mio primo lungometraggio da regista. Mi piace creare e sviluppare delle idee come il monologo Non Plus Ultras, un viaggio nel mondo del tifo da stadio.

Non Plus Ultras che hai portato nella sezione del Napoli Teatro Festival Italia “SportOpera”, che sta girando nei teatri italiani è nato dopo la morte di Ciro Esposito e ha quasi una struttura da reportage giornalistico.

Sì, la suggestione vuole essere quella. È un progetto complesso che va oltre lo spettacolo. Prevede l’uscita di un documentario sull’argomento con Gianni Spezzano e Carmine Luino e di un libro edito da Caracò che vede la pubblicazione di pezzi dello spettacolo e di alcune interviste che abbiamo fatto mentre ci documentavamo per scrivere lo spettacolo, abbiamo svolto per quattro anni proprio un’indagine all’interno del mondo degli ultrà. Io conoscevo Ciro Esposito, siamo entrambi di Secondigliano-Scampia e avevamo degli amici in comune. Tra l’altro quella sera io ero allo stadio di Roma per la finale di Coppa Italia tra Napoli – Fiorentina, ricordo anche gli scontri. Tengo molto a questo spettacolo perché mi sono sentito chiamato in causa. È stata una necessità capendo anche il vero fenomeno degli Ultras, cosa c’è dietro. Siamo pieni di informazioni, ma non abbiamo vere risposte in merito. È un argomento così pieno di ossimori legato al un lavoro di indagine sulla realtà e attualità che poi è ciò che facciamo al NEST e Il Sindaco del Rione Sanità è la riprova.

La prima volta sei diventato padre relativamente giovane. Che tipo di papà sei?

Posso dirti che tipo di papà provo a essere. Sulla scorta di quella che è stata la mia educazione e il rapporto che ho avuto con i miei genitori, spero di essere un padre che instaura con i suoi figli un rapporto schietto, di complicità. Con mia figlia Margherita che è già un po’ più grandicella cerco già di instaurare un rapporto di confronto in cui le spiego le cose. Cerco di spronare in lei un senso critico, considerando anche la velocità di questi tempi in cui manca approfondire la verità sui fatti e anche a modificare ciò che buono non è.
Questo lo faccio anche con i ragazzi dei corsi di formazione del NEST e dei laboratori che facciamo nelle carceri minorili.

Hai appena finito di girare una serie per Raiuno, Al posto delle stelle, una fiction in cui mancano i nomi super celebri. Credi che anche dopo il successo di Imma Tataranni in tv si sia aperto un nuovo filone?

Io penso di sì. La gente ha voglia di vedere cose nuove. Sul set di Al Posto delle Stelle mi sono divertito tantissimo e ho lavorato con un regista che non conoscevo, Matteo Leotto, non a caso anche lui come Mario Martone viene dal teatro. Sono due registi totalmente diversi, ma ciò che noto che hanno in comune è l’attenzione per il lavoro attoriale che non è una cosa tanto scontata che ci sia soprattutto in alcuni prodotti fatti per la televisione. Qui c’è un’attenzione a ogni dettaglio. La Pepito e Rai Fiction hanno scommesso su un cast anomalo, senza puntare sui “grandi nomi”. I protagonisti sono Alessandro Roia (il Dandi della serie Romanzo Criminale ndr), Pilar Fogliati, Carlotta Natoli ed Emanuela Grimalda. È una scommessa per una tv generalista e sono felice di far parte di un progetto così fresco e diverso. Considerando la concorrenza che viene da piattaforme come Netflix o Amazon Prime occorre alzare l’asticella dando originalità e qualità. Ed è anche giusto visto che le persone potendo scegliere sono molto più esigenti.

articolo di Antonia Fiorenzano / novembre 2019