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Selfie, video e social network, come evitare di violare la legge

#peaceandlaw

Selfie, video e social network, come evitare di violare la legge


“Oggi tutto esiste per finire in una fotografia” scriveva negli anni ’80 l’autrice statunitense Susan Sontag. Probabilmente neanche lei, però, immaginava quello che sarebbe realmente accaduto nel ventunesimo secolo con lo sviluppo delle tecnologie di ultima generazione. Certamente non poteva sapere che con l’avvento degli smartphone e la conseguente possibilità di scattare fotografie o video con un semplice click la nostra vita potesse trasformarsi in un vero e proprio documentario live. Tuttavia questa smania di immortalare immagini sul telefono per poi pubblicarle sul web, non di rado mi ha portato -e sempre con successo- a sostenere la difesa di chi aveva commesso una violazione dell’altrui privacy. Spesso, infatti, dietro ad un semplice “selfie” o ad un video scattati in un luogo pubblico si può celare il pericolo di commettere un reato. Mi riferisco in particolare all’art. 615 bis del codice penale, che mira a punire le condotte di interferenze illecite nella vita privata. Ma in quali casi una foto o un video possono violare la legge? La risposta a questa domanda ce la fornisce direttamente il Legislatore nel testo dell’articolo del codice penale appena citato, che delimita appunto il suo ambito applicativo a quei casi in cui taluno, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procuri indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita che si svolge nei luoghi di privata dimora o le pubblichi mediante qualsiasi mezzo d’informazione. Il caso più classico è quello delle riprese effettuate per tutelare un proprio diritto o per provare la commissione di un illecito: ad esempio, il nostro vicino sta edificando una tettoia che ostacola la visuale del nostro balcone, senza che sia stata rilasciata alcuna autorizzazione amministrativa. In una simile ipotesi bisogna tener presente che le fotografie o le riprese video realizzate verso la proprietà del vicino “abusivista” di cui sopra, quando non si insinuino all’interno delle mura domestiche e, quindi, non invadano la vita privata di quest’ultimo, sono da considerarsi legali a tutti gli effetti, a maggior ragione se finalizzate a dimostrare un illecito. Diversa, invece, è l’ipotesi dei cd. “scatti rubati”. Ad esempio, quando ci si trova di fronte ad un bel panorama oppure in una piazza, accade sempre con maggior frequenza che si venga rapiti dalla tentazione di immortalare l’immagine con una fotografia o con un video per poi pubblicarla su un social network. E, trattandosi di luoghi pubblici, è ben possibile che nella foto/video-ricordo possano essere inquadrati i volti dei passanti. Per quanto nella prassi questa ormai sia diventata una moda diffusa, la legge vieta la divulgazione di immagini che non sia autorizzata dal diretto interessato. Pertanto, in mancanza del consenso del soggetto ripreso, quando il video o la foto comprendono anche persone sconosciute, il relativo contenuto non potrà essere pubblicato e/o diffuso, ma soltanto conservato per uso meramente personale. Non mancano, tuttavia, le eccezioni. La prima riguarda quelle ipotesi in cui con il video pubblicato venga effettuata una rapida panoramica sulla folla circostante, che non consenta quindi di indugiare sui volti e renderne così possibile un riconoscimento (in questo caso, infatti, non occorrerebbe la liberatoria scritta). La seconda eccezione riguarda i casi in cui si riprenda il viso di una persona ma l’immagine di quest’ultima venga modificata (ad esempio mediante il ricorso alle cd. “emoticon”), oppure resa irriconoscibile. Ad ogni buon conto, bisogna prestare molta attenzione quando si utilizza la videocamera con finalità di pubblicazione, perché, senza le accortezze appena evidenziate, diffondere una foto o un video in cui ci si soffermi, ad esempio, sul viso di qualcuno che non intende farsi riprendere, può costituire una grave violazione della privacy.

Avvocato Luigi Di Gennaro / giugno 2018