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Reati contro il sentimento degli animali

#peaceandlaw

Reati contro il sentimento degli animali


Anche gli animali provano dolore, essi dunque sono esseri “senzienti”, lo ha affermato la Cassazione in tre recenti pronunce. Ci sono voluti anni di sensibilizzazione e di cultura animalista per far capire all’uomo che l’animale non è una cosa, come invece un tempo si riteneva, passibile di qualsiasi sevizia e tortura oltre che di sfruttamento. Nel nostro ordinamento la tutela degli animali è arrivata in ritardo rispetto a molti altri, esattamente nel 2004, con la legge n.189 che ha colmato il precedente vuoto normativo.
Da qui la previsione di una serie di norme a tutela del mondo faunistico o – per usare le parole del legislatore – «reati contro il sentimento per gli animali». Il primo tra questi è ovviamente quello di uccisione, ma con una grande distinzione rispetto all’essere umano: se per quest’ultimo l’omicidio è sempre vietato, per gli animali lo è solo quando avviene per crudeltà o senza necessità. C’è poi il reato di maltrattamento di animali che racchiude una casistica assai varia, ovvero quando si crea sofferenza nell’animale, a prescindere dalla presenza di lesioni visibili o da violenze fisiche particolarmente crude. Un esempio tipico è quello di chi lascia molti animali in una gabbia stretta o in uno spazio angusto tanto da non consentire loro di muoversi o di “respirare”. Nonostante il passo in avanti nella tutela degli animali sia notevole, si tratta di una disciplina non del tutto adeguata. Infatti, quello che emerge dal testo di legge non è la salvaguardia del bene degli animali in sé, ma piuttosto del sentimento di pietà che gli uomini hanno nei loro confronti. Come spesso accade in casi simili, i giudici della Suprema Corte sono intervenuti per colmare il vuoto creato dal legislatore. E infatti, con tre diverse pronunce, a cavallo tra il 2018 e il 2019, questi hanno confermato e rinforzato l’idea secondo cui, ai fini della condanna per maltrattamento di animali assumono rilievo anche le condotte offensive in grado di incidere sulla stabilità e serenità fisiopsichica di questi esseri senzienti, anche qualora non si determinino in essi processi patologici. La vicenda è quella della proprietaria di un canile la quale aveva imposto a quarantuno cani in difficile stato di salute un trasporto in condizioni del tutto inadatte e precarie verso la propria struttura ricettiva e assistenziale. Il mezzo usato, infatti, consisteva in un piccolo furgone del tutto inadatto al trasporto di animali (e a maggior ragione di un numero così elevato) siccome non dotato, tra le altre cose, di alcun sistema di areazione, di protezione dalle (inevitabili) deiezioni e di divisori. In questa vicenda, la Corte ha sottolineato una volta di più come possa essere considerato maltrattamento non solo infliggere agli animali condizioni contrarie al senso di umanità, ma anche insopportabili per le loro specifiche caratteristiche, aggiungendo che ciò può avvenire ancorché le sofferenze siano soltanto provvisorie (come avviene appunto nel caso dei trasporti, sebbene di breve durata). La pronuncia si sofferma soprattutto sul bene giuridico offeso. Esso è rappresentato dalla pietas umana nei confronti degli animali, che però si presenta con maggior forza rispetto «all’animale antropizzato per eccellenza», quale è appunto il cane. Rispetto a questa specie, tradizionalmente e fortemente integrata nel gruppo umano (ma il ragionamento potrebbe potenzialmente estendersi ad altre specie vicine all’uomo), è dunque sentita e giustificata una più stringente esigenza di repressione penale. Nella suddetta pronuncia la Corte ha affermato esplicitamente che, rispetto al rapporto con l’uomo, gli animali non sono tutti uguali e perciò, quelli ad esso più vicini, meritano una posizione di maggior riguardo a livello di tutela. Se dunque la giurisprudenza sta indicando una via, nei limiti in cui gli è consentito farlo e con le necessarie cautele, un passo ben più chiaro e deciso verso un radicale mutamento del bene giuridico deve essere compiuto dal legislatore. A tal proposito, merita di essere segnalato (e seguito nel suo iter parlamentare) il Disegno di Legge n. 1078 (comunicato alla Presidenza il 19 febbraio 2019 su iniziativa dei Senatori Perrilli e Maiorano) dal titolo “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e al codice civile, nonché altre disposizioni in materia di tutela degli animali” il quale, oltre ad inasprire le pene previste in caso di maltrattamento nei confronti degli animali e a istituire nuove fattispecie di reato in materia, anche colpose, mira ad eliminare il riferimento codicistico al “sentimento per gli animali”, dimostrando la volontà di riconoscere questi ultimi come soggetti meritevoli di tutela penale diretta.

Avvocato Luigi Di Gennaro / dicembre 2019