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Nuovi orientamenti sulla commercializzazione al dettaglio della “Cannabis light”

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Nuovi orientamenti sulla commercializzazione al dettaglio della “Cannabis light”


Il 29 novembre 2018 la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione – con una sentenza storica – ha ritenuto legittima la commercializzazione al dettaglio della c.d. cannabis light, proveniente dalle coltivazioni contemplate dalla legge n. 242/2016 (emanata per promuovere e diffondere, nel sistema produttivo italiano, l’uso della canapa) e recante un quantitativo di tetraidrocannabinolo (THC) inferiore alla soglia dello 0,6%. Per permettere ciò, la citata legge stabilisce che particolari varietà di tale pianta possono essere coltivate liberamente, senza necessità di autorizzazione, a condizione che le stesse non superino lo 0,6% di THC. Diversa questione è invece la commercializzazione delle sostanze oggetto di tale coltivazione lecita. La legge n. 242/2016, infatti, pur indicando le finalità per le quali tale coltivazione è consentita, non tratta esplicitamente del diverso profilo della loro commercializzazione. Ciononostante, dopo l’entrata in vigore di tale legge, sono andati diffondendosi su tutto il territorio nazionale i c.d. Cannabis Shop: negozi che rivendono al dettaglio le infiorescenze della cannabis e altri preparati a base di cannabis con un contenuto di THC inferiore al valore massimo consentito dalla legge (appunto, lo 0,6%). Nel caso in esame la Cassazione si era trovata proprio a decidere della legittimità di un sequestro preventivo di infiorescenze di cannabis che erano state messe in commercio al dettaglio da un esercente. Gli ermellini si interrogavano dunque sulla liceità della messa in commercio delle infiorescenze ricavate dalla coltivazione della cannabis di cui alla legge n. 242/2016 nel particolare caso in cui queste fossero state rivendute al dettaglio per fini connessi all’uso che l’acquirente avesse ritenuto di farne e che avrebbero potuto riguardare l’alimentazione (infusi, the, birre), la realizzazione di prodotti cosmetici e financo il fumo. La sentenza in esame accoglie dunque l’orientamento secondo cui è nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” siano commercializzati e che – in assenza di specifici dati normativi – non emergono particolari ragioni per assumere che il loro commercio al dettaglio debba incontrare limiti che non risultano posti al commercio all’ingrosso. La sentenza in esame afferma quindi il principio secondo cui “la commercializzazione di un bene che non presenta intrinseche caratteristiche di illiceità deve, in assenza di specifici divieti, ritenersi consentita nell’ambito del generale potere delle persone di agire per il soddisfacimento dei loro interessi”. La fissazione del limite dello 0,6% di THC, entro il quale l’uso delle infiorescenze di cannabis provenienti dalle coltivazioni considerate dalla legge n. 242/2016 è lecito, rappresenta allora l’esito di quello che il legislatore ha considerato un ragionevole equilibrio fra le esigenze precauzionali relative alla tutela della salute e dell’ordine pubblico e le inevitabili conseguenze della commercializzazione dei prodotti delle coltivazioni. Da queste considerazioni discendono una serie di conseguenze che la sentenza in esame sottolinea, tra queste la più interessante è certamente rappresentata dal caso in cui un soggetto sia trovato dagli organi di polizia in possesso di sostanza che risulti provenire dalla commercializzazione di prodotti delle coltivazioni previste dalla legge n. 242/2016; la posizione di quest’ultimo è quella di un soggetto che fruisce liberamente di un bene lecito. Questo comporta che la percentuale dello 0,6% di THC costituisce un limite minimo al di sotto del quale i possibili effetti della cannabis non devono considerarsi psicotropi o stupefacenti, e quindi penalmente rilevanti.

Avvocato Luigi Di Gennaro / febbraio 2019