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Messa alla prova: una seconda possibilità per chi sbaglia

#peaceandlaw

Messa alla prova: una seconda possibilità per chi sbaglia


Tutti possiamo commettere un errore. Chiunque può trovarsi in balia di scelte sbagliate e commettere un piccolo reato, insomma uno di quelli non particolarmente gravi, tanto per intenderci. In Italia sono migliaia ogni anno i casi di persone incensurate che incappano nelle maglie della giustizia penale, rallentandone inevitabilmente il corso a discapito dei processi che destano maggiore allarme sociale. Per rispondere dunque a queste urgenze, non ultima quella deflativa, è stato introdotto nel nostro Ordinamento l’istituto della “messa alla prova” per i reati commessi da soggetti già maggiorenni (nel rito minorile questo istituto esisteva già), che consente l’applicazione della mediazione penale e delle altre strategie di giustizia riparativa (restorative justice) che contraddistinguono la maggior parte dei Paesi dell’Unione europea. La giustizia riparativa pone l’autore del reato non più come soggetto passivo destinatario di una sanzione statale, ma come soggetto attivo a cui è chiesto di rimediare agli errori commessi e ai danni procurati attraverso la sua condotta criminosa. L’istituto in questione si avvicina per molti aspetti a quello americano. Ricordate il caso della super top model Naomi Campbell che fu costretta dal giudice a svolgere cinque giorni di lavori socialmente utili per aver ferito con il telefono cellulare la sua colf? Ecco, ci siamo molto vicini! L’innovativa riforma europeista rappresenta dunque una nuova causa di estinzione del reato e un nuovo tipo di procedimento speciale. Essa consta di tre fasi: richiesta, esecuzione del programma e verifica dell’esito della messa alla prova. Il nuovo strumento che il legislatore mette a disposizione prende avvio con la proposizione di un’istanza che può essere formulata al giudice procedente direttamente dall’imputato o dal suo difensore fino all’apertura del dibattimento. Il reo interessato sarà quindi tenuto a depositare presso l’ufficio di esecuzione penale esterna (U.E.P.E.) un programma di trattamento che preveda le seguenti attività obbligatorie: l’esecuzione del lavoro di pubblica utilità consistente in una prestazione gratuita in favore della collettività; l’attuazione di condotte riparative, volte ad eliminare le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato; il risarcimento del danno cagionato e, ove possibile, l’attività di mediazione con la vittima del reato. Il programma può prevedere l’osservanza di una serie di obblighi relativi alla dimora, alla libertà di movimento e al divieto di frequentare determinati locali, oltre a quelli essenziali al reinserimento dell’imputato e relativi ai rapporti con l’U.E.P.E. ed eventuali strutture sanitarie specialistiche. Il giudice, nel caso ritenga soddisfacente e adeguato il programma di trattamento, può procedere alla sospensione del processo in corso. Durante la fase di esecuzione della prova, l’U.E.P.E. riferisce al giudice, con cadenza almeno trimestrale, sull’andamento del programma, sul comportamento tenuto, sulle proposte di modifica e le eventuali trasgressioni che potrebbero determinare l’interruzione della prova e redige la relazione finale. Il giudice, acquisite le informazioni dall’U.E.P.E., dagli organi di polizia e il parere del Pubblico Ministero, sente in aula l’imputato e la parte offesa. Decide con ordinanza che stabilisce la durata della prova, le prescrizioni, il termine per l’adempimento delle attività di riparazione e le eventuali integrazioni o modifiche al programma di trattamento. Il giudice può disporre, se necessario, i provvedimenti di revoca, in caso di grave inosservanza delle prescrizioni o di commissione di nuovi reati non colposi. Al termine del periodo fissato, valuta in udienza l’esito della prova e, in caso positivo, dichiara l’estinzione del reato. In quest’ultimo caso, quindi, l’imputato – con un piccolo sforzo- ripara materialmente l’errore commesso senza alcuno strascico giudiziario e senza conseguenze sulla fedina penale.

Avvocato Luigi Di Gennaro / dicembre 2017