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Li chiamavano impunità

#peaceandlaw

Li chiamavano impunità


Ricordate il film del grande Totò “Signori si nasce”? In quell’esilarante commedia, il Principe della risata rischiava di andare in galera perché aveva falsificato la garanzia su una cambiale di 300 lire! Da allora tante cose sono cambiate e oggi, bisogna ammetterlo, la situazione si è completamente ribaltata. Nell’immediato dopoguerra, in Italia, si ricorreva facilmente alle manette e non c’erano le premesse di un “giusto processo”, oggi, invece, la nostra giustizia avanza mestamente il passo verso l’eccesso opposto, ovvero l’incuria per le vittime di reati e l’incertezza della pena. Sempre più di frequente, quando assumo la difesa di una vittima di reato, sono costretto a dover perorare le ragioni dei miei assistiti proprio presso chi dovrebbe insieme a me sostenerle e sempre più spesso mi trovo, purtroppo, nella spiacevole situazione di formulare opposizioni a richieste di archiviazione dopo aver denunciato reati molto gravi. A tal proposito, basti dire che qualche anno fa assunsi la difesa di una minore, vittima di uno stupro, la quale non solo subì la violenza carnale, ma anche la mortificazione di non essere creduta dal Pubblico Ministero che aveva infatti chiesto l’archiviazione del caso (provvedimento da me immediatamente contrastato e grazie al quale oggi lo stupratore è sotto processo), fino ad arrivare alla non trascurabile circostanza che a tutt’oggi l’imputato non ha alcuna restrizione ed è libero di fare ciò che vuole, in attesa degli esiti del processo. Eppure di recente abbiamo celebrato la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ma proprio in quei giorni in Italia siamo stati costretti ad apprendere delle violente morti di donne che avevano denunciato i loro persecutori, la cui pericolosità era stata il più delle volte trascurata da coloro che erano preposti alla tutela della vittima. Lo stato d’inadeguatezza e apatia della nostra giustizia è talmente evidente che la Corte di Strasburgo è intervenuta con una clamorosa condanna contro lo Stato italiano per la mancata tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. Con questa storica sentenza, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato il nostro paese per violazione del diritto alla vita e del divieto di discriminazione, in quanto le Autorità italiane non sono intervenute per proteggere una donna e i suoi figli vittime di violenza domestica perpetrata da parte del marito, avallando di fatto le condotte violente protrattesi fino al tentato omicidio della ricorrente e all’omicidio di un suo figlio.
In particolare è stato contestato alle nostre Autorità che, benché avvertite della pericolosità del soggetto in questione, non hanno adottato le misure necessarie e appropriate per proteggere la sua vita e quella dei suoi figli. Il giudice europeo ha dunque rammentato l’obbligo per uno Stato di proteggere le persone vulnerabili, fra cui rientrano le vittime di violenze domestiche, attraverso misure idonee a porle al riparo da aggressioni alla propria vita e integrità fisica. Nel caso di specie, l’Italia è stata condannata perché è stato provato che le Autorità preposte sapevano o avrebbero dovuto sapere che la vittima correva un reale e imminente rischio per la sua vita e, ciononostante, non avevano assunto le misure da considerarsi ragionevoli per neutralizzare tale rischio. La vittima, dunque, era stata privata dell’immediata protezione che la situazione di vulnerabilità richiedeva. Le Autorità nazionali, non agendo rapidamente dopo la denuncia, hanno privato la stessa di ogni efficacia, creando un contesto d’impunità favorevole alla ripetizione da parte del marito di atti di violenza nei confronti della moglie e della sua famiglia, culminati poi con l’omicidio del figlio e il tentato omicidio della ricorrente. A quanto pare, dunque, il claudicante sistema giudiziario italiano ha oggi bisogno della stampella europea per cercare di restare in piedi nella battaglia della difesa dei più deboli.

Avvocato Luigi Di Gennaro / dicembre 2018