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Violenza sessuale di gruppo: basta l’unione a fare il branco

#peaceandlaw

Violenza sessuale di gruppo: basta l’unione a fare il branco


La sconvolgente cronaca delle ultime settimane mi induce a pensare sempre di più che la ferocia umana non conosca limiti. Converrete, infatti, che lo stupro sia uno degli atti più crudeli e rivoltanti tra quelli contemplati nel nostro codice penale, specie se consumato da un gruppo ai danni di una donna indifesa.
È facile comprendere il motivo per cui nel 1996 il legislatore decise di affiancare al reato di violenza sessuale (art. 609-bis codice penale), l’ipotesi aggravata della violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies). L’unione di più soggetti costituisce elemento ulteriore rispetto al reato di violenza sessuale e la ragione è da ravvisarsi nella maggiore gravità dell’offesa arrecata da più “persone” (se così possiamo definirle!) alla vittima, verso la quale si concentrano condotte abusive, sia fisiche che psicologiche, dalle quali quest’ultima difficilmente o con grande sforzo potrà riprendersi.
Ci sono però, casi particolari, in cui le condotte e le energie dispiegate dai vari componenti del gruppo, li rendono diversamente responsabili, ma di certo non meno colpevoli.
Poco tempo fa, infatti, in un quartiere della cosiddetta “Napoli bene”, una giovane adolescente di soli 16 anni, denunciava tre coetanei che con una scusa l’avevano condotta in una zona isolata, dove veniva poi stuprata da uno solo dei tre giovani. Sebbene fossero stati identificati soltanto tre responsabili della brutale azione, la vittima riferiva che del gruppo avrebbero fatto parte anche altre persone, che pur non avendo partecipato attivamente allo stupro, non si erano adoperate per impedirlo.
A questo punto è sorta una spontanea riflessione giuridica sulle responsabilità di questi ultimi soggetti, ovvero di coloro che ad esempio hanno soltanto partecipato con l’assenso di uno sguardo complice.
Una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione (III sez.pen., 38933/2017) ha fatto chiarezza sulla questione, condannando l’imputato insieme ad altri due soggetti, per aver partecipato ad una violenza sessuale di gruppo ai danni di una minore, dopo averla adescata, condotta in un casolare abbandonato e indotta in stato di ebbrezza.
Sebbene l’imputato si fosse difeso ponendo come elemento essenziale, la neutra presenza sul posto, i giudici della Cassazione hanno specificato che, ai fini della configurabilità di questo reato in capo al soggetto, oltre all’accordo delle volontà dei compartecipi e alla simultanea presenza sul luogo di consumazione dell’illecito, non è necessario che ciascuno ponga in essere l’attività tipica di violenza sessuale, o l’atto sessuale in sé, essendo sufficiente realizzare anche solo una frazione del suddetto delitto. Non è necessaria dunque l’effettiva partecipazione all’abuso: è sufficiente trovarsi sul posto e agevolare la condotta del branco, ad esempio, partecipando all’adescamento o allo stordimento della vittima. In tali casi è pienamente provata la partecipazione dell’imputato alla condotta, poiché a prescindere dall’abuso sessuale in sé considerato, avrebbe contribuito in tutti i momenti fondamentali che sono poi sfociati nell’illecito di violenza sessuale di gruppo. In queste ipotesi quindi non basta, per sentirsi incolpevoli, partecipare solo fino ad un certo punto. Chi fa parte del branco è egualmente responsabile, pur non avendo oltrepassato quel punto.

Avvocato Luigi Di Gennaro / settembre 2017