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La rete che ti intrappola: quando il web diventa un aguzzino

#peaceandlaw

La rete che ti intrappola: quando il web diventa un aguzzino


Con circa trent’anni di ritardo rispetto al legislatore americano, il nostro ordinamento ha finalmente riconosciuto e istituito con la legge n. 38 del 2009 il reato di “atti persecutori”, più comunemente denominato stalking (dall’inglese to stalk, “fare la posta”), contemplato nel nostro codice penale dall’art. 612 bis. L’esperienza maturata sul campo mi ha portato a considerare lo stalking come un delitto complesso, in cui in molti casi la stessa vittima non è in grado di riconoscerne i segnali. Basti pensare all’articolata definizione che viene data dal nostro legislatore che lo descrive come la reiterazione di condotte idonee alternativamente a cagionare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o paura, ovvero a ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di persona legata al medesimo da relazione affettiva, così costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita. Affinché dunque possa parlarsi di stalking, come sottolineato dalla Cassazione, sono sufficienti anche due sole condotte di minaccia o molestia, il cui contenuto può essere di varia natura (come l’invio di lettere, sms, e-mail e messaggi tramite internet, fino ad arrivare al pedinamento, nonché al danneggiamento di beni personali, alle aggressioni verbali e alle iniziative diffamatorie) e che le stesse abbiano provocato nella vittima un perdurante stato di ansia e timore per la propria incolumità, producendo così una sorta di destabilizzazione oggettivamente percepibile. Le pene previste per gli atti persecutori sono molto severe (da 6 mesi a 5 anni) e possono aggravarsi fino a un terzo o addirittura fino alla metà, nei casi in cui il fatto sia commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da una relazione affettiva alla vittima, ovvero attraverso strumenti informatici e telematici, nonché, infine, quando lo stesso venga perpetrato ai danni di soggetti più deboli (come minori, donne incinta, persone disabili). Il termine per proporre querela è stato eccezionalmente ampliato a sei mesi, a partire dal momento in cui si produce l’evento dannoso. A questo punto però, è importante sapere che una volta depositata la denuncia per stalking, sarà sì possibile ritirarla, ma soltanto dinanzi al giudice procedente e a patto che le minacce non siano gravi e che il fatto non sia stato commesso ai danni di un minore o di una persona con disabilità. Non tutti sanno però che il legislatore ha previsto uno strumento utilissimo che può essere applicato prima della presentazione della querela, ovvero il cosiddetto “ammonimento al questore”, mediante il quale le autorità di pubblica sicurezza rivolgono un invito ufficiale allo stalker nel desistere dal perpetrare le attività persecutorie. E devo dire che un richiamo da parte della Polizia molto spesso sortisce l’effetto sperato, quantomeno nel 60% dei casi che ho trattato: la resa dello stalker. Purtroppo non c’è più fiore, lettera o regalo che tenga, quando le attenzioni si trasformano in invadenti e intollerabili intromissioni nella vita di una persona, fino a sfociare in comportamenti ossessivi, in barba a ogni tipo di romanticismo, si diventa veri e propri persecutori (o stalkers che dir si voglia) e come tali passibili di una severa condanna.

I recenti fatti di cronaca hanno riportato sotto le luci di una macabra ribalta mediatica un fenomeno (anti) sociale che purtroppo, negli ultimi tempi, sta prendendo il sopravvento e che continua a imperversare nonostante abbia già mietuto molte vittime: si tratta del bullismo virtuale che, portato alle estreme conseguenze, può spingere la persona molestata anche al suicidio. Questo è esattamente quanto accaduto a una ragazza campana, una delle molte che non ha retto alla pressione di essere diventata un bersaglio spogliato della propria umanità e che alla fine, stanca di subire e di nascondersi, ha chiuso i conti con la realtà in modo drammatico, togliendosi la vita. Inutile dire che la vicenda di Tiziana Cantone, il cui video che la riprendeva in un momento di intimità con un ragazzo, non può non rappresentare un monito e un punto di arrivo a partire dal quale decidere, finalmente, di cambiare l’attuale modo di affrontare la questione. A questo scopo, la Camera dei Deputati ha finalmente approvato il disegno di legge riguardante le “Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo”. All’interno del disegno di legge viene finalmente fornita una definizione precisa del primo come di un’aggressione o di una molestia ripetuta a danno di una vittima e in grado di provocarle ansia, isolarla o emarginarla attraverso vessazioni e pressioni fisiche o psicologiche. Ebbene, se gli stessi comportamenti o atti vengono perpetrati tramite l’utilizzo di qualsiasi piattaforma telematica, si configura il cd. “cyberbullismo”, variante implementata del primo fenomeno, per la sua attitudine a raggiungere un numero pressoché infinito di soggetti.
Le tecnologie per intimorire, molestare, mettere in imbarazzo, far sentire a disagio o escludere altre persone, le conosciamo bene: le chat di gruppo, i social network, i siti di domande e risposte, i forum e i siti di giochi online. Le specifiche modalità con cui invece si realizzano gli atti di cyberbullismo vanno dai pettegolezzi diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social ai post o video imbarazzanti, passando per il furto di identità e il profilo altrui o costruendone di falsi, al fine di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima, fino ad arrivare agli insulti, le minacce o gli sberleffi tramite messaggi sul cellulare, mail, social network, blog o altri media. È intuibile quindi come nel caso del bullismo in rete, ci si trovi di fronte a un numero di aggressori potenzialmente illimitato, dai quali fino a questo disegno di legge che lo rende finalmente un reato passibile di conseguenze serie e reali, era difficile ottenere protezione. E infatti, mentre nella nota vicenda Cantone, la vittima ha dovuto attivare una lunga procedura giudiziaria per ottenere il diritto all’oblio e l’oscuramento dei video, anche dileggianti, che la ritraevano (ottenendo purtroppo scarsissimi risultati, visto che su molti siti web sono ancora visibili spezzoni del video incriminato), oggi, con il nuovo disegno di legge, la vittima di tali atti, può richiedere al gestore del sito internet o della piattaforma virtuale in questione, l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi contenuto lo riguardi e, qualora il gestore non adempia alla richiesta entro le 48 ore, potrà rivolgersi direttamente al Garante per la privacy, che provvederà a rimuovere i contenuti lesivi nelle successive 48 ore. Oggi, dunque, una vittima di bullismo in rete può beneficiare di una maggior tutela normativa, ma ciò non significa essere protetti completamente. L’esperienza ci ha insegnato a non prestare troppo facilmente il fianco dinanzi a certe situazioni, ma soprattutto a diffidare di chiunque ci riprenda in atteggiamenti intimi, ad esempio, con un video, anche se si dovesse trattare della nostra dolce metà.

Avvocato Luigi Di Gennaro / luglio 2016