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Il caso di Cappato e dj fabo

#peaceandlaw

Il caso di Cappato e dj fabo


La storia di Fabiano Antoniani si è imposta, suo malgrado, agli occhi delle istituzioni per la peculiarità della vicenda. Parliamo di un esuberante DJ milanese, conosciuto come “Dj Fabo”, per un incidente divenuto irrimediabilmente cieco, tetraplegico, affetto da dolori continui e non lenibili; tuttavia perfettamente cosciente e capace in qualche modo di esprimersi. Tentata ogni possibile terapia, Antoniani -nonostante l’indefessa assistenza della madre e della fidanzata e i loro tentativi di dissuaderlo- matura infine la volontà di morire e reiteratamente la manifesta con modi eclatanti e pubblici. Diversamente da quanto richiese a suo tempo Piergiorgio Welby, egli non intendeva però “lasciarsi morire” in sedazione terminale. Welby, interrotta la respirazione artificiale, spirò per anossia dopo pochi minuti; ma in questo caso la dipendenza dal sostegno vitale non era assoluta, sicché adottando lo stesso approccio il paziente, seppur sedato, avrebbe costretto i suoi cari ad assistere a una morte lenta, indecorosa e terribile. Quel che egli chiedeva era, piuttosto, il suicidio assistito. Inesaudibile questa richiesta in Italia, ostando l’art. 580 c.p., la fidanzata di Antoniani, presi i primi contatti con una clinica svizzera, sollecitava l’interesse di Marco Cappato, che da sempre si batte per il diritto alla “buona morte”. Il politico radicale, verificata di persona la risolutezza del malato, e dopo avergli inutilmente prospettato alternative consentite in Italia, come appunto la sedazione terminale, accetta infine di aiutarlo. Fabiano Antoniani viene accompagnato da Cappato in un centro della Dignitas nei pressi di Zurigo, dove in un contesto medicalizzato gli viene offerta la possibilità di assumere una dose letale di pentobarbital sodium, con un ultimo e minimo gesto autonomo. Tornato in Italia, Cappato si autodenuncia per aiuto al suicidio.
La vicenda genera un flusso di emozioni, anche nella pubblica opinione, da cui anche i magistrati non potevano restare immuni.
Ne nasce appunto un processo penale dinanzi alla Corte di Assise di Milano, ma il “fattore umano” fa sentire il suo peso, tanto da scardinare i ruoli. Ecco, infatti, i testimoni dell’accusa che sono i testimoni della difesa. Una madre e una fidanzata della “vittima” che ringraziano l’imputato. I giurati popolari che si commuovono. L’accusa che chiede l’assoluzione e il capovolgimento della drammaturgia severa del processo suggerisce un difetto di sostanza penale, al punto che il giudice meneghino, assumendo che Antoniani abbia esercitato una sua libertà fondamentale, solleva un’articolata questione di costituzionalità, censurando l’art. 580 c.p. nella parte in cui punisce (e, in subordine, perché punisce con la stessa pena dell’istigazione) l’aiuto al suicidio. A questo punto la parola passa alla Corte Costituzionale, che con una prima ordinanza del 21 novembre 2018 sancisce che il reato di aiuto al suicidio non è incostituzionale, in quanto funzionale alla tutela del diritto alla vita, specialmente di persone che potrebbero essere indotte a una scelta estrema e irreparabile da condizioni di debolezza e vulnerabilità. Tuttavia la stessa Corte riconosce che queste esigenze di tutela vengono meno nei casi in cui sia già ammesso il diritto di lasciarsi morire rifiutando trattamenti di sostegno vitale. In sintesi dunque, al soggetto capace di autodeterminarsi, dipendente da tali trattamenti, e che sia altresì affetto da una patologia irreversibile, fonte di insopportabili e non lenibili sofferenze, deve essere riconosciuta la facoltà di ottenere un aiuto nel morire. Trattandosi, tuttavia, di materia che richiede un’articolata disciplina di dettaglio, ad evitare il rischio di abusi e vuoti di tutela, è compito del Parlamento intervenire. La Corte Costituzionale ha dunque “messo in mora” il legislatore affinché disciplini modalità di accesso al suicidio medicalmente assistito da parte di chi sia affetto da patologie irreversibili e sofferenze intollerabili, in deroga al reato di agevolazione del suicidio, così stabilendo un’ulteriore data (24 settembre 2019) per decretare l’eventuale decisione di incostituzionalità dell’art. 580 c.p., lasciando al legislatore il tempo per approvare una legge rispettosa di tali indicazioni. Riuscirà dunque il legislatore italiano, in un momento politico complicato come quello attuale, a intervenire su un argomento etico così delicato e complesso, delineando procedure entro le quali la scelta di libertà sul proprio morire -da parte di chi sia capace di intendere e volere- venga magari orientata da un dialogo rispettoso della sua dignità e della sua singolare e angosciosa esperienza, anche attraverso l’offerta di valide alternative?

Avvocato Luigi Di Gennaro / giugno 2019