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MICHELA MUSERRA. I LOVE DRAWING

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MICHELA MUSERRA. I LOVE DRAWING


Michela Muserra, aka Mikimù, che vive e lavora a New York da più di quindici anni, ci racconta le sue esperienze artistiche e personali tra Big Apple e Belpaese

Raccontaci dei primi vagiti artistici di Mikimù.

Uno dei primi disegni di cui sono andata fiera per anni e mostravo in giro a tutti era un SuperTeleGattone che avevo copiato dalla rivista TV Sorrisi e Canzoni.
Ma per parlare di vagiti più recenti, direi che ho cominciato come illustratrice e fumettista per una zine che copriva Foggia e provincia. A quel tempo ero fresca di accademia e quindi ero molto più concentrata sul mio lavoro di pittura. Pittura che a quel tempo era legata più a iconografie arcaiche, ma che si è poi integrata naturalmente ad un’immaginario più pop e fumettistico.
Sono nata e cresciuta a Foggia e sono arrivata a NY quando avevo 27 anni. Ero già grandicella, se vogliamo. Avrei dovuto avventurarmi prima. Nonostante l’età, venendo da una realtà piccola come quella foggiana, mi sono sentita letteralmente catapultata in quel caos di rumori, luci, colori e odori che è il grande “melting pot” di NY. Mi sono sentita decisamente spaesata e perché no, anche intimorita. Ma mi è piaciuta subito. Ed è stata proprio quella sua poliedricità che mi ha fatto capire che era il posto in cui volevo vivere. All’inizio non è stato decisamente facile e, come si sente in tanti racconti simili, ho dovuto davvero fare i lavori più disparati, senza cercare però di perdere di vista l’obiettivo principale: continuare a fare arte. Ho cominciato a fare le prime mostre in collettive di bar e piccole gallerie della Brooklyn ancora non gentrificata, credo intorno al 2005.


Un’artista italiana negli States. Sono più vantaggi o clichè da combattere? Come interagisci con la comunità artistica americana?

Direi che la mia risposta è inversa alla domanda. Nel mondo dell’arte, a NY, non ci sono clichè da abbattere per provenienza e identità. Si viene accettati e apprezzati solo in base alle capacità. Quello che conta è il talento, ma senza dubbio anche le famose “connections”. La mia risposta al contrario è questa. Ovvero, stranamente, dopo essere partita per gli Stati Uniti, ho ricevuto molta più attenzione dal circuito dell’arte italiana perché ero “quella che sta a NY”. Improvvisamente la strada aveva preso una pendenza diversa e quei circuiti a cui precedentemente avevo bussato senza avere risposta, mi hanno invece aperto la porta. Mi piace pensare però che non fosse stato solo quello, ma magari un sincero apprezzamento per il mio lavoro.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici. Musica, cinema e arte visuale.

In realtà, mi ispiro molto più alle storie reali, quelle quotidiane vissute da me o da persone che conosco. Però, certo, non sono immune da influenze artistiche esterne. Amo molto David Bowie. Bjork è stata anche una grandissima fonte di ispirazione e i Sigùr Ros. I Pink Floyd per un periodo hanno influenzato una intera serie. Mi piace comunque e mi ispira molto, in genere, la musica elettronica. Il cinema mi piace guardarlo e godermelo, ma non credo di esserne mai stata influenzata in maniera visiva nel lavoro e amo i film “lenti”. Quelli “pesanti”. O i film con una fotografia fatta di larghe immagini, panoramiche che tolgono il fiato e primissimi piani. Anche la colonna sonora gioca il suo ruolo. Mi piacciono molto anche i documentari. Nell’arte visuale invece, partirei dai libri di storia e dell’innamoramento immediato per Mirò, che mi ha influenzato molto. Così come successivamente Basquiat. E più in là tutti gli artisti della lowbrow americana. Mi piacciono i contemporanei giapponesi e ho un amore sviscerato per Yoshitomo Nara.

Un progetto a cui sei particolarmente legata è
“If you are happy”.

“If you are happy” è il libro per immagini e brevi aforismi sulla felicità che è stato pubblicato da Caracò editore nel 2015. è un libro a cui tengo molto, perché è un lavoro molto personale e spontaneo e quindi anche un po’ delicato, come l’omino con il cuore rosso sulla maglietta che guida il lettore tra le pagine del libro. Sono pensieri sparsi che avevo raccolto come un diario personale che non credevo neanche di pubblicare. Invece la risposta è stata sorprendente. Dopo la pubblicazione del libro, l’omino (che non ha nome, per questo lo chiamo “omino”) ha ricevuto risposta che ha riempito il mio, e il suo cuore. Questi aforismi, accompagnati da illustrazioni, vertono tutti su un unico punto in comune, ovvero l’introspezione e la ricerca della felicità dentro noi stessi. Si parla tanto di “mindfulness” negli ultimi tempi e spero che l’omino continui ancora a rappresentare una sorta di guida per grandi e piccini. Perché è un libro adatto ad ogni età ed anche un ottimo ed originale regalo.


Quali sono i progetti in corso e in quel avventura stai per lanciarti?

Da circa cinque anni ho cominciato a lavorare con i murale ed è un lavoro che mi sta portando grandi soddisfazioni. Lavoro a NY con una “ no profit” che si chiama Thrive Collective. Entriamo nelle scuole pubbliche, spesso quelle in quartieri più difficili, e portiamo programmi formativi di arte e “mentoring” il cui scopo finale è quello di realizzare grossi murales fatti con i ragazzi della scuola. Sono delle esperienze che “riempiono” molto e portano anche a grandi risultati tra gli studenti. Spesso quelli più ostili all’inizio sono quelli che poi si innamorano di colori e pennelli e vogliono prendere parte attiva al murale. Come artista freelance continuo invece a lavorare con clienti privati, spingendo ultimamente a soluzioni più sostenibili nel campo della pittura per muri. Mi sono diplomata come “climate shaper” (modificatore del clima) a una Summer School fatta NY, organizzata dal Future Food Institute in collaborazione con la FAO. Ho fatto la promessa di impegnarmi, utilizzando i mezzi del mio mestiere per divulgare una maggiore coscienza ai cambiamenti climatici e le soluzioni sostenibili. Impresa non facile, ma ci provo.

articolo di Carmine Luino / novembre 2019