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PIF

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PIF


Pensatore di professione con il cuore integro

Con la riluttanza delle persone riflessive schiva le parole con lunghi silenzi, anche se poi cede alla spontaneità e allo sfottò di chi prende una cosa seria e la sdrammatizza, dopo aver masticato per un po’ le parole in bocca. È come se facesse ridere e poi desse un cazzotto in pancia. Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, reduce dall’ultima fatica cinematografica In guerra per amore, è un pensatore di professione, uno di quelli che dà spazio alle ronde sui merli della mente, all’avanti e indietro dell’immaginazione. E lo si vede anche dal suo modo di parlare e rispondere, di frenare i pensieri impulsivi, di soffermarsi nelle pause. Rifugge i social, appaga l’ego “con il lavoro”, si sente miracolato dalla “mafia” solo grazie “al periodo storico”: se avesse ambientato i suoi film qualche anno fa, teme, lo “avrebbero ucciso”. La sua sana lentezza gli ha permesso di gustarsi anche la popolarità, di “andarci piano, altrimenti avrebbe nociuto alla salute”. A gennaio lo rivedremo nella nuova serie de Il testimone su Mtv.

Che vita fa un bambino di Palermo oggi?
Una vita migliore della mia. Le cose cambiano, ma si paga un prezzo troppo alto per il cambiamento: quello di troppe persone uccise. Non è accettabile che le svolte avvengano solo attraverso avvenimenti forti.

La crisi ha colpito anche la mafia?
In un certo senso sì. La mafia siciliana ad esempio è in crisi e quindi non riesce più a controllare il territorio: a Palermo c’è gente che paga il pizzo, ma viene rapinata comunque e a quel punto il camorrista risponde: “Se non ci fossimo stati noi te ne avrebbero fatte 5”. Paradossalmente la crisi colpisce anche le mafie, ma è un discorso pericoloso. Ora che la mafia non è più forte come una volta (altrimenti mi avrebbero già ammazzato) lo Stato dovrebbe essere ancora più presente. Bisogna smetterla di ragionare con l’emergenzialismo: occorre che si intervenga subito come se avessero già ammazzato qualcuno.

La mafia è stata paradossalmente legittimata dai tuoi film?
Non è stato uno spasso parlare di mafia, ma ha avuto un ruolo nella società. Lo sbarco della Sicilia è stato un laboratorio per la mafia ad esempio.

Gomorra: pericolo emulazione?
Pensare che qualcuno si metta a fare il camorrista perché ha visto Gomorra mi sembra improbabile, lo sarebbe diventato comunque. Preferisco Gomorra scritta da chi ha conosciuto la camorra e che ci racconti come sono andate le cose a Il Padrino (un capolavoro, al punto che darei un braccio per poterlo eguagliare) che ha fatto più danni da questo punto di vista, creando il mito di una mafia che in Italia no c’è mai stata.

Il tuo secondo film In guerra per amore è un viaggio al contrario se vogliamo: da New York City all’Italia, come dire l’America realizza i sogni, l’Italia si occupa del cuore?
Non volevo dargli un significato particolare. Ma l’amore e i sogni non sono territoriali.

Ogni giorno c’è una piccola camorra che si impone, è quella dell’egocentrismo, della sopraffazione. Tu che ne pensi?
I social stimolano questo egocentrismo. Infatti io li evito e mi sfogo con il lavoro. Però mi rendo conto che i social hanno attivato l’ego: gente che si libera, esprime il suo pensiero e poi c’è chi ha 3 mi piace ma è felice comunque.

Mai subìto pressioni dalla criminalità?
Non ho avuto problemi con la camorra perché i tempi sono cambiati. Venti anni fa forse sarebbe stato diverso.

Che ne pensi di un colossal, un armageddon finale con lo scontro tra mafia, camorra e ‘ndrangheta per chiudere la tua trilogia sulla camorra?
Volevo aspettare i primi insediamenti mafiosi camorristici su Marte e da lì avrei fatto il sequel de La mafia uccide solo d’estate. Speriamo che non occorra.

Hai imboccato tardi la tua strada, hai capito ora in che direzione andare?
Il mio sogno era fare il regista cinematografico, ho iniziato a provarci tardi, ma mi è rimasto il cuore integro. È anche sano arrivare tardi: avere successo a 25 anni è pericoloso. Ci sono andato gradualmente e quindi ho avuto un approccio sano alla popolarità. Mi adeguo ai miei ritmi.

Ambienteresti il prossimo film a Napoli?
Non mi viene spontaneo perché in Napoli vedo un’altra Palermo e quindi se devo girare una cosa mi viene di girarla a Palermo. Siamo molto diversi. I napoletani e i palermitani non sono così simili anche se parliamo di popoli del Sud, però mi sento come a casa del cugino quando sono qui, perché Napoli è una Palermo frullata, una Palermo in grande, dove tutto è ancora più eccessivo. Detto questo è la sceneggiatura che comanda: se la storia richiede Napoli vengo a Napoli.

articolo di Francesca Cicatelli / novembre 2016