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Debutto al quadrato: Massimo Ghini alla regia , Massimo Ciavarro al teatro

Massimo bis. Ghini e Ciavarro si illuminano di immenso a Napoli, dove si “ricaricano nel caos”, un ossimoro che ribadiscono anche nello spettacolo Un’ora di Tranquillità, portato al teatro Augusteo per la regia dello stesso Ghini. Il duo sta facendo sorgere il sentore di una nuova liaison cinematografica. E infatti gli artisti lanciano un appello a De Laurentiis a scritturarli insieme per un eterno sequel di Sapore di Mare. Danno prova dell’inesistenza del tempo con la goliardia e l’entusiasmo di due ventenni pronti alla sfida del cineombrellone per rinverdire ogni anno il culto dell’amore in spiaggia. La commedia Un’ora di tranquillità prende spunto dal successo teatrale di Florian Zeller, uno dei più apprezzati drammaturghi francesi contemporanei, quasi una provocazione dello stesso Ghini al sistema italiano che “non osa mai e costringe a pescare da format collaudati”.

Come conciliare il caos sui generis partenopeo con Un’ora di tranquillità?

GHINI: “Ce lo stiamo ancora chiedendo, senza risposta per ora”.
CIAVARRO: “Il pubblico di Napoli, che solitamente non è tranquillo, ha trovato la tranquillità a teatro almeno, guardando il nostro spettacolo”.

Che posto di Napoli vi riservate quando siete qui ?

GHINI: “Il rapporto con Napoli è viscerale da sempre. Prendo una casa in centro quando sono qui e la scelgo con una terrazza immensa che dà sul mare: è come se fosse una casa a Capri ma dentro Napoli e poi quando esco mi accoglie il caos, che mi fa sentire a casa. Mi viene in mente il film Maccheroni di Ettore Scola. Davanti a Santa Lucia c’è Jack Lemmon agitatissimo e Mastroianni lo invita a rilassarsi per fargli assaporare la calma. Questa è la dimensione che mi riservo in una città in cui non ti aspetti di trovare pace”.
CIAVARRO: “Io mi rifugio e trovo pace nel centro di produzione Rai. Le maestranze e tutto il resto di Napoli sono stupende”.

Chi è a contatto con la tranquillità ha a che fare anche con le nevrosi. Quali dovete affrontare e quali nevrosi degli altri siete disposti a tollerare?

GHINI: “Sono nevrotico come tutti coloro che fanno questo mestiere, che vivono la realtà o l’irrealtà del mondo dello spettacolo. Spesso sento al telefono Christian De Sica: in 10 minuti sbraitiamo contro tutto e tutti per poi accorgerci che trascorriamo una vita ansiogena e nevrotica. E tirare fuori le nevrosi è ancora più scomposto e complicato: ciò che per noi è terapeutico è proprio il lavoro e il fatto che ogni sera possiamo permetterci di evadere”.
CIAVARRO: “Mi sento un tarantolato. Non sto mai fermo. È assurdo che all’esterno non appaia. Addirittura mi rimproverano di stare sempre a dormire e invece ci provo a tranquillizzarmi ma non ci riesco. Trovo la mia tranquillità solo su un’isola, a Lampedusa, sulla mia barchetta a pescare. Posso tollerare ogni nevrosi dell’altro, ma non sopporto la maleducazione. Le altre nevrosi mi fanno anche tenerezza, mi commuovono, però sulla maleducazione non transigo”.

Vi bussa un po’ sul petto la voglia di lasciar perdere, di rinunciare in questi casi?

GHINI E CIAVARRO: “Rinunciare a qualcosa è perdere la forza portante del nostro mestiere. L’attore è portato alla nevrosi ed è una nevrosi che lo fa crescere”.

L’amore è un cult che dura tutta la vita. Perché non rinnovarlo ogni anno con un cineombrellone in stile Sapore di mare?

GHINI e CIAVARRO: “Potremmo lanciare un appello ad Aurelio De Laurentiis. Un usato sicuro: chi è più avvezzo di Ciavarro?”.

L’Italia pesca ultimamente spesso dalla Francia per format e sceneggiature. Una scelta seguita anche per Un’ora di tranquillità. Si va su prodotti già collaudati?

GHINI: “Tutto è nato per caso: il direttore del teatro di Lugano mi ha visto in scena, si è avvicinato esclamando che secondo lui e la moglie circolava in Francia una commedia perfetta per me. Certo mi intristisce che in questo momento storico ci sia più sforzo, spudoratezza e coraggio da parte dei francesi che degli italiani, i quali come al solito manifestano quella pauretta e quell’ipocrisia tipiche della cultura nostrana, semplicemente attenta alla propria cerchia e all’opinione pubblica. E con questo, punto il dito contro tutti. Parlo dei registi, degli scrittori etc. Ci lamentiamo che il cinema non va bene. La verità è che non c’è abbastanza coraggio. Qualcuno avrebbe accettato in Italia un copione basato su una sceneggiatura muta in bianco e nero con un attore fallito e un cane come è accaduto con il premio Oscar The Artist? Qualcuno avrebbe affrontato il racconto di un maleducatissimo ragazzo nero con un borghese su una sedia a rotelle come in Quasi Amici? Direi di no. Minimo sarebbe partita subito una raccolta di firme. E allora appena in Italia supereremo questa ipocrisia, potremo, dati i nostri molti mezzi culturali, fare un passo in avanti. Altrimenti saremo sempre costretti a tradurre dal francese”.

articolo di Francesca Cicatelli / gennaio 2017