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LILLO&GREG

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LILLO&GREG


Giochi di parole e tormentoni. La risata intelligente

Niente tv o almeno dalla prospettiva del divano: Pasquale Petrolo e Claudio Gregori, in arte Lillo & Greg, la fanno, ma non la vedono. Sarà per questo che riscontrano una certa difficoltà ad individuare “l’assassino e i misteri” (parafrasando il loro spettacolo in scena al teatro Cilea a Napoli) della tv italiana, anche se ammettono che sia inspiegabile la sopravvivenza “da oltre trent’anni di un pessimo intrattenimento musicale e non, sullo schermo”, mentre salvano Gigi D’Alessio, che “non è da condannare e anzi è forse migliore di tanti altri musicanti”. Stanno portando in giro per l’Italia il loro meta-teatro dell’assurdo in uno spettacolo intitolato “Il mistero dell’assassino misterioso” per la regia di Mauro Mandolini con Dora Romano, Danilo De Santis e Vania Della Bidia. Un giallo dai toni brillanti, che si intreccia audacemente con le dinamiche di una compagnia di attori pronti a tutto pur di farsi notare dal produttore televisivo presente in platea. Nato da un’idea di Greg e scritto a quattro mani con Lillo, “Il mistero dell’assassino misterioso” svela con un pizzico di perfidia il delicato equilibrio su cui vivono alcune compagnie di teatro, ma su cui si fondano anche la maggior parte dei rapporti umani: gelosie, meschinità, invidie, rancori e falsità.

Un “mistero” e un “assassino” della Televisione italiana?
Non abbiamo la tv, o meglio Lillo la ha per modo di dire: vede solo documentari. Il mistero della Tv italiana sono i programmi di intrattenimento musicale e non, pessimi da trent’anni e più.

Prima sensazione e reazione alla chiusura di “Sei uno zero” su Radio Rai (ora riaperto)?
Accettazione. Se Radio Rai vuol fare altro e non è interessata al nostro tipo di intrattenimento allora ciao, grazie. Ma poi il web è insorto e ne siamo felici, più che altro perché questo ci fa capire che siamo in un’epoca in cui la gente ha una voce. Insomma, siamo stati richiamati alla conduzione proprio perché la gente ha manifestato disappunto e ha scelto, ha voluto esserci.

Sì, allora, al potere salvifico dei social?
Certo, i social hanno potere ed è bello, abbiamo vissuto sulla nostra pelle, in prima persona, questo nuovo status. Eravamo già pronti comunque ad approdare ad altre radio.

Accettate la gerarchia, anche se abbronzata (Carlo Conti nuovo direttore artistico di Radio Rai)?
Non crediamo che sia stata opera di Carlo la chiusura del nostro programma. È una persona intelligente. Sarà stato piuttosto un concatenarsi di idee. Può darsi anche che Conti abbia voluto fare un’altra radio e abbia chiesto un po’ di spazio in più. Ma non crediamo che abbia detto “togli questo o quello” puntando il dito contro di noi o contro altri. Non è vera la storia dell’epurazione a Radio Rai con l’arrivo di Conti.

Per chi abdichereste?
Massimo Bagnato, che potrebbe fare ottime cose in radio se non fosse troppo naif ed è anche molto più surreale di noi. Oppure Antonio Rezza e Alessandro Benvenuti.

Quindi sempre uomini?
Ora che ci pensiamo, ci viene in mente anche Tina Cenci, ma forse non accetterebbe.

Con chi non lavorereste mai?
Con i musicisti italiani, con gruppi o cantanti italiani. Tutti. Salvando Paolo Conti.

E a Napoli c’è qualcuno con cui non lavorereste mai? Gigi D’Alessio ad esempio?
Non si può usare Gigi D’Alessio come parametro della brutta musica italiana. Lui è diplomato al conservatorio in composizione e pianoforte e si sente nelle sue canzoni: c’è una struttura armonica di un certo spessore e anche i testi sono costruiti bene. La musica brutta che si fa in Italia è da rintracciare in altri cantanti. Gigi D’Alessio è più in alto rispetto a quasi tutta la musica italiana che si sente a Sanremo.

Avrebbe dovuto vincere?
Non abbiamo visto Sanremo.

Uno di voi si è mai sentito gregario dell’altro, a parte la radice del nome (Greg) ?
No. Abbiamo un continuo alternarsi dei ruoli, spesso siamo la spalla dell’altro o siamo la stessa spalla, quindi non facciamo ridere.

Come mantenete l’equilibrio di coppia?
Ci meniamo ogni tanto, ci fa sfogare, poi torna tutto tranquillo. A parte gli scherzi, facciamo proprio come dovrebbero fare le coppie: ci concediamo le nostre libertà.

Ossia vi tradite professionalmente?
Sì, entrambi abbiamo altre esperienze lavorative. Questo ci permette di non sentirci ingabbiati.

Tra le vostre esperienze c’è anche quella con il Calcio Napoli a scopi promozionali, anche se con risultati sportivi non proprio gratificanti. Il calcio è un gioco da bambini per adulti o un gioco preso troppo sul serio dagli adulti?
Ha qualcosa di ancestrale, il calcio ricorda le tribù. Ma è preso troppo sul serio. Alla fine sono sempre undici persone in mutande che tirano il pallone. Ogni volta che esce fuori lo spirito bellico, l’agone, non è positivo. È piuttosto un gioco da bambini. Il fatto che piaccia a così tante persone, però, è preoccupante.

La vostra rappresentazione di Napoli?
Siamo innamorati di Totò e Peppino mentre all’estremo nord di Cochi e Renato.

articolo di Francesca Cicatelli / foto Carlotta Dominici De Luca / marzo 2017