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GABRIELE MUCCINO

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GABRIELE MUCCINO


Ritorno a Itaca

Si sente un Ulisse più anziano, che per non farsi riconoscere si camuffa ancora più da vecchio. Ecco il ritorno esistenziale di Gabriele Muccino, che dopo aver fatto cose che non avrebbe mai immaginato di fare, è tornato in Italia, con la sua visione del mondo e delle relazioni umane, accresciuta da tanta e nuova esperienza.

Dopo gli anni hollywoodiani Gabriele Muccino ritorna con successo riportando al cinema il suo stile che rappresenta la sua visione sull’animo umano e sulle relazioni in cui emerge una nuova consapevolezza della vita
Gabriele Muccino è il Re Mida d’Italia. Potrebbe essere il pay off per la sua scelta di ritornare in Italia, visto l’enorme successo del suo A Casa Tutti Bene, subito volato in cima al box office già dal primo giorno nelle sale incassando per settimane milioni di euro tanto che si vocifera una serie tv tratta dal film. Gli ingredienti che hanno conquistato il pubblico sono molteplici: un cast stellare dove spiccano Pierfrancesco Favino, Sabrina Impacciatore e Stefano Accorsi ma, soprattutto, Muccino si trova sul terreno che gli è più congeniale, maneggiando una commedia umana in cui esplode in pieno lo stile mucciniano che Gabriele riconosce e che lo identifica perché mette in scena il suo modo di vedere la vita e raccontare le storie che gli stanno più a cuore, come dimostra anche la rinuncia a realizzare l’outsider degli Oscar 2018 Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino perché non sentiva essere nelle sue corde. Al di là delle soddisfazioni, la decisione di dedicarsi anima e corpo a questa produzione tutta italiana è stata galvanizzante per lui e per la sua espressione artistica che ha ritrovato nuova linfa. E si avverte quando lo si ascolta parlare contento ed emozionato.

Gabriele, con quale slancio è tornato a lavorare in Italia?
Dopo 12 anni di vita e di lavoro a Los Angeles, dopo aver viaggiato fisicamente ed emotivamente in luoghi lontani scoprendo cose che mai avrei immaginato, il mio è un vero ritorno a casa, anzi una sorta di ritorno ad Itaca di un Ulisse un po’ più adulto, che ha visto e vissuto tanto. Ma quando torni devi fare i conti con i Proci, devi affrontare le dinamiche della vita reale che ti aspettano. Io le ho volute esorcizzare, raccontandole in questa riunione familiare. Fare film permette di aprire la mia finestra sul mondo e restituire il mio sguardo da esploratore e osservatore. Questo film corale è forse una sintesi di quello che ho realizzato finora.

Ha dichiarato che non ritornerà più a vivere negli USA, probabilmente solo a lavorarci. Cosa l’ha delusa di Hollywood e cosa invece ha imparato dagli anni americani?
Quella americana è stata un’avventura che mi ha visto entusiasta. Ho imparato moltissimo tra cui l’essere umile, perché c’è una competizione feroce, inoltre, il confronto è con persone di grandissimo talento, i più bravi al mondo, i quali sono i diretti competitors, accelerando così la mia conoscenza. Ma lì giù mi sono anche smarrito in una cultura che non è affatto compatibile con la nostra, proprio un altro modo di vivere. C’è molta solitudine a Los Angeles e mi stava togliendo lo spirito creativo. Riguardo il modo di fare cinema, grammaticalmente le regole sono le stesse, ma il budget più ampio influenza l’approccio. Bisogna diventare un camaleonte che indossa la pelle altrui e mescolarsi nel sistema. I produttori hanno molta voce in capitolo limitando le scelte, scelte che in Italia io posso fare come i lunghi piani sequenza che appartengono al mio linguaggio cinematografico e, in più, faccio molte prove con gli attori fondamentali perché si riscrivono i dialoghi.

Pensando proprio al suo cinema, la famiglia, in un modo o nell’altro, è sempre stata presente.
Quasi tutti noi rinneghiamo la famiglia nell’adolescenza e a una certa età ci accorgiamo di assomigliare ai nostri genitori. Poi quando si allarga la famiglia diventa un villaggio tribale, è il big bang delle relazioni umane, perché tutto nasce e tutto finisce nella famiglia. Essa è composta da un nucleo di individui che possono trovarsi davanti a bivi, destini e porte da aprire o chiudere sbagliando, perché no, anche direzione. Attraverso la famiglia si raccontano le dinamiche delle grandi relazioni tra uomini e quindi della società.

Un altro tema che ritorna spesso nella sua filmografia è la coppia. Adesso che ha 50 anni qual è la sua visione?
Mi piace raccontare le sfumature della vita umana. Una di queste è lo stress e la pressione individuale che si subisce anche nella gestione del rapporto di coppia. A volte accade un black out, che arriva quando la pressione emotiva e lo stress costringe l’individuo a scappare o combattere. Al cinema ho rappresentato proprio quel momento lì, che può degenerare in moltissime varianti. La coppia, così come la famiglia, è un grandissimo lavoro di squadra che va cercato, rinnovato e conservato. E’ molto difficile ciò che si dovrebbe fare per renderlo duraturo e per essere felici perché nella nostra natura non è insita la monogamia.

Sono dinamiche legate a questo momento storico?
Cerco di raccontare la società del nostro Paese, non necessariamente solo quella di oggi, e lo sforzo di sopravvivere, di “rammendare” il passato, rimediare, migliorare. Sicuramente questo stato di inquietudine è tipico dei nostri giorni ma che presumo e sospetto sia stato figlio di ogni epoca. La famiglia è il nostro luogo di partenza, di fuga e di ritorno. È un contenitore di vita in cui, a volte, i bambini e gli adolescenti sono i testimoni impreparati e passivi di un mondo di adulti in tumulto.

Quindi gli adulti sono sempre più irrequieti e meno un punto di riferimento?
Più che altro gli adulti sono persone smarrite che cercano di essere migliori di quanto siano. Sono proiettati in avanti, soli con il proprio ego, lanciati verso un futuro che ritengono ancora possibile, carichi di voglia di ricominciare, apparentemente ignari del tempo che è passato e della irreversibilità dei propri errori. È ovvio che c’è chi comprende e chi non comprenderà mai, chi ha compiuto il suo viaggio e chi è ancora nella tempesta della propria vita. Una cosa è sicura prima o poi bisogna fare i conti con se stessi e i propri fallimenti che possono portare a momenti di depressione ma anche di rinascita

E le donne che, come dice Stefania Sandrelli in una delle battute del suo film, sono fatte per sorreggere il mondo, quanto riescono a gestire questo caos delle emozioni?
Le donne sono più sofisticate e hanno sempre tessuto le fila del villaggio: gli uomini andavano a cacciare, avevano un compito molto semplice, le donne invece parlavano, discutevano e tramavano. Quindi sono geneticamente molto più complesse degli uomini.

Nei suoi film, soprattutto nell’ultimo, ci sono molti richiami al cinema italiano del passato, specialmente a quello di Ettore Scola e di Antonio Pietrangeli.
Sì, è vero! Ho voluto diventare regista grazie a tanti capolavori dei decenni scorsi, la mia passione per i grandi film e i grandi registi mi sono rimasti sotto pelle. In A Casa Tutti Bene, più che in tutti i miei film precedenti, ho messo il cinema che ho amato e con cui mi sono formato. Mi ci sono ispirato per tono, atmosfera, punti di vista sulla vita e anche per spietatezza dello sguardo. Invecchiando si è più pronti a essere lucidi.

articolo di Antonia Fiorenzano