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Carmen Consoli

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Carmen Consoli


Le nostre nonne erano più moderne di noi

Ci tiene a sgranare le maglie dei discorsi, ad analizzare ogni parola. Prima dell’uscita sul palco sgranocchia verdure intinte in un pinzimonio. Carmen Consoli è una di quelle donne che si è costruita e si continua a plasmare da sola. è incontinenza d’indipendenza. La “cantantessa” fa quello che sente parafrasando un suo brano. Dalla scelta della maternità per partenogenesi (ha, infatti, sostenuto una gravidanza da sola grazie a un donatore, ndr) al futuro professionale. Dall’etichetta indipendente che fondò, 20 anni fa, con i genitori e che porta avanti, alla scelta di una tournèe, appena conclusa, per pochi eletti, nell’atmosfera intima dei teatri italiani. è pregna di folklore e aneddoti. Con lei è come stare su un tappeto volante che non si adagia mai al suolo.

Carmen Consoli in teatro. Uno scambio confidenziale con il pubblico. Credi che la musica nonostante sia un linguaggio universale debba conservare una dimensione privata con il pubblico?

La musica deve essere un messaggio cuore a cuore ed è bene che mantenga questa natura profonda, come d’altronde tutte le altre forme d’arte, perché è qualcosa che non è tangibile e può toccare le corde profonde di ciascuno di noi. È questo lo scopo nobile dell’arte, al quale tutti dovrebbero tendere

Hai un’etichetta indipendente, la Narciso Records. Come guardi alla scena indie nazionale?

Ho fondato una casa discografica con i miei genitori con lo scopo di dare al Sud la possibilità di poter riuscire a fare musica e creare laboratori e in 20 anni abbiamo realizzato parecchi lavori e con non pochi sacrifici.

Ascolti i neomelodici ?

Noi siciliani siamo partenopei, nel senso che subiamo molto piacevolmente la supremazia culturale di Napoli. Sono cresciuta con il mito della musica napoletana di Murolo e di Carosone. Mentre i neomelodici non fanno parte della mia cultura, ma come non ne fa parte, ad esempio, un genere come il country. A Catania abbiamo una vastissima produzione di musica neomelodica, cantata in napoletano e siamo anche abbastanza bravi. Le canzoni neomelodiche mi ricordano alcuni quartieri di Catania a cui sono molto affezionata e spesso quando vado in via Plebiscito a visitare il castello Ursino mi piace chiudere gli occhi ed essere invasa dalla musica neomelodica.

Devi molto anche a Michele Santoro che ti ha aperto la strada del successo, invitandoti a un tributo a Mia Martini su Rai Tre. Credi che il giornalismo possa e debba fare di più per stimolare la cultura in Italia?

Sì, se non viene castrato. Ultimamente i giornalisti sono costretti a scrivere in uno spazio limitato i concetti e a utilizzare la formula degli slogan, senza poter sviluppare in modo esaustivo un argomento. Si ragiona per spot. Quindi dico che i giornalisti potrebbero aiutare la cultura e la musica, ma ci vorrebbe prima qualcuno che aiuti i giornalisti.

L’anno scorso hai collaborato con Emma. Sei favorevole agli artisti emergenti dai Talent? Nostalgica di una gavetta tradizionale?

Non ho nostalgia. L’unica che ho è per le persone che non ci sono più e che non possono più tornare. Perché è l’unica forma di nostalgia possibile. Poi, chi ci riesce la trasforma canalizzandola in altro, dandosi delle motivazioni diverse. Invece mi piace guardare al futuro e cogliere l’aspetto positivo di tutto ciò che mi circonda. Chi esce dai talent oggi deve essere molto forte perché è una delle pochissime possibilità che hanno gli emergenti che, ad imbuto, si infilano tutti in questa prospettiva di lancio nel panorama musicale mondiale. E devono essere corazzati. Ammiro chi esce dai talent perché vuol dire che devi essere per forza il più bravo e anche il più forte, costretto a subire il giudizio del pubblico e a controbattere in tv. Ai miei tempi non c’era questa possibilità. Noi artisti dovevamo stare zitti, se ci criticavano dicevamo: “Ok tanto mica sono una modella che devo piacere a tutti.

Sei una femminista convinta, hai tinto di rosa persino la tua Fender. Cosa pensi delle donne napoletane. E secondo te sono le più rock tra le donne italiane?

Oggi femminista ha un’accezione grammaticalmente deviante. Gli -ismi sono esasperazioni di concetti. Se femminista vuol dire combattere per la parità di diritti tra uomo e donna non sono femminista, perché sostengo che le donne debbano avere la supremazia sugli uomini. In tal senso ho messo su anche una band di ragazze con soli tre uomini che invocano le quote azzurre, ma che se vogliono suonare con noi – ironizza – devono subire la molestia di lasciarsi palpeggiare il sedere. Sono per la supremazia del potere femminile sulla terra insomma. Vi racconto una storia. Mia nonna Carla era del Vomero cresciuta a Treviso. Proveniva da una famiglia napoletana molto perbene (anche perché i napoletani sono super signori) e c’era questo nonno, Giovanni, con il suo cappello che camminava con classe per le strade di Treviso. Ebbene, lui era un insegnante di italiano ma lasciava che fosse mia nonna a comandare e a gestire lo stipendio. Per “rock” si intende ciò che destabilizza. E mia nonna forse destabilizzava, perché era una donna che sosteneva di gestire l’assegno di mio nonno. Era normale prima che fosse il maschio a portare l’assegno a casa e la donna a decidere come spenderlo. Anche mia nonna siciliana, donna Carmela, era uguale. Ricordo una donna imperiosa al centro della stanza. Tutti la consultavano. Con questo voglio dire che le nostre nonne del Sud erano molto più moderne di noi perché erano controtendenza. Era la donna a percuotere l’uomo ed è storia che venissero citate per maltrattamenti sugli uomini. E quindi credo che la donna del Sud e quella napoletana sia rock in questo senso. Quando penso a loro mi vengono in mente le mie nonne in carne che decidono come spendere lo stipendio che il marito porta a casa.

articolo di Francesca cicatelli / marzo 2016