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Carla Fracci

#amazing

Carla Fracci


Ho portato la danza a tutti

Dopo anni il suo passo è ancora in punta di piedi dalla grazia innata, con l’umiltà e la genuinità da bambina proveniente dalle campagne padane. Le prime scarpette a punta non sapeva neppure cosa fossero, né aveva idea delle fattezze del teatro. La danza è stata un puro caso. Proprio per lei, la signora dell’allongèes. Decisivo l’incontro folgorante con Margot Fonteyn che, dopo il primo atto di un’esibizione, si avvicinò al maestro, che le corresse il dito mignolo della mano. In quel momento scattò nella Fracci il “sentore dell’importanza della volontà e della dedizione, dell’essere coinvolta fino in fondo”.

Signora Fracci, lei è stata la prima a danzare in famiglia. Ha scelto lei questa disciplina o è la disciplina ad averla cercata?
Sono stati gli amici dei miei genitori ad incentivarmi. Un’amica di mia madre era figlia di un orchestrale della Scala di Milano. E, vedendomi piccola di statura e aggraziata, mi suggerì di iscrivermi alla scuola di ballo del teatro. Diceva che avevo musicalità nel corpo. Fu un puro caso. I miei non avrebbero mai pensato di iscrivermi a danza. Mio padre era appena tornato dalla guerra in Russia e aveva trovato lavoro a Milano come tranviere. Io non conoscevo l’esistenza né di un teatro né del ballo. Pensavo che sarebbe stato come ballare il tango o il valzer, come facevo con mio padre.”

Che periodo è stato?
È stato un periodo delicato. Non capivo che cosa fossero gli esercizi alla sbarra. Mi annoiavo e avevo nostalgia della campagna dove ero cresciuta con i nonni in un paesino chiamato Bolongo, in provincia di Cremona, dove mi sono anche sposata. È stata poi una mia scoperta il mondo della danza. Una curiosità che mi è cresciuta pian piano. Rimasi affascinata da Margot Fonteyn, ospite alla Scala. Mi incantai dopo il primo atto, mi soffermai a guardarla durante gli applausi e le si avvicinò al Maestro, che le corresse un dito mignolo della mano. Così capii cosa vuol dire la volontà e la dedizione. E qualcosa mi scattò dentro. Per me è stato sempre un lavoro danzare”.

Si può crescere e formarsi senza maestri e regole?
Oggi si sottovalutano i maestri. Non si dà valore a queste figure. Ma i giovani devono capire che è importante avere maestri e devono saperli rispettare. Io ho iniziato a 10 anni. Sono grata ai maestri che ho incontrato nella mia carriera. Ricordo persino le insegnanti dei primi corsi che erano prime ballerine del teatro alla Scala, la signora Martignoni ma anche la signora Mazzucchelli, che mi scelse nel terzo gruppo da rivedere. Non fui selezionata subito. C’erano il gruppo idonei, il gruppo eliminati e il gruppo da rivedere e lei mi disse: hai un bel faccino però sei magrolina, vediamo. Superato il primo mese di prova ho continuato.
Lo specchio è uno strumento fondamentale per la formazione di un ballerino. Ma per formarsi una donna deve sapersi guardare allo specchio?
La mia vita è la danza e il teatro, ma non bisogna dimenticare i valori fondamentali: ho un figlio e due nipoti. E mio marito, Beppe Menegatti, che mi è sempre stato accanto.

Carla Fracci è una donna straordinaria. Inimitabile, avrebbe detto qualcuno. Finché non è arrivata Virginia Raffaele. Lei ha dichiarato che è stata bravissima e che le è piaciuta la sua imitazione. Ma non ha provato un po’ di fastidio nel non sentirsi inimitabile? E non si è sentita un po’ presa in giro?
Sì, simpatica. Ma mi ha rappresentato un po’ troppo rigida…

Nascerà mai un’altra Carla Fracci o sta già succedendo? Ha individuato la sua erede?
Non lo posso dire. Ci sono tanti talenti e bisognerebbe fare molto di più per la danza. Aiutarla, darle un sostegno vero. Oltre all’opera delle fondazioni, è necessario anche l’appoggio del governo, delle istituzioni. I giovani sono costretti a emigrare, non c’è abbastanza lavoro. Le scuole private sono fiorite in modo incredibile. Ai miei tempi c’erano poche scuole ed erano gratuite. I miei non avrebbero mai potuto affrontare la spesa di una scuola. Adesso c’è questo coraggio dei genitori che aiutano i ragazzi a realizzare i loro sogni. E allora è bene che ci siano le scuole private, l’importante è trovare bravi insegnanti.

Oggi si sperimenta con i talent. Il talento è innato o si deve costruire? E c’è spazio per tutti i ballerini che si diplomano ogni anno tra tv e accademie?
Perché no. Bene così. Difficile che in sei mesi si riesca ad acquisire la tecnica, una preparazione per affrontare gli spettacoli di tre atti. Però è bene che ci siano i talent. Maria De Filippi è una donna in gamba. La danza classica è scoperta, richiede tanto impegno. Ora i giovani vogliono divertirsi, ma la danza è sacrificio e il contemporaneo deve avere una base classica.

Ha diretto il corpo di ballo del Teatro San Carlo: qual è la sua Napoli?
A Napoli sono in famiglia. Il San Carlo mi ha ospitato per diverse produzioni e sono grata alla città. Adoro il calore e l’umanità che esprimono i napoletani. Un teatro, il San Carlo, che mi ha dato tante occasioni. Quel che mi inorgoglisce non è solo ciò che ho fatto all’estero, ma anche il mio lavoro in Italia e a Napoli. Promuovendo la danza, dando lavoro ai ragazzi e riuscendo a non essere egoista portando solo me stessa. Ho portato la danza a tutti.

articolo di Francesca Cicatelli / maggio 2016