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L’universo Luca

#amazing

L’universo Luca


Bello, simpatico, gentile, impegnato al cinema e nel sociale.
Attore, produttore, è un degli attori più amati e social d’Italia.
Follemente innamorato di Cristina Marino, la fidanzata gli ha scritto una romantica dedica su Instagram: “Thanks universe”.

È sempre un piacere intervistare Luca Argentero.
È sempre ottimista, dando una carica positiva. Cosa che si incastra al suo inconfondibile garbo, vera filosofia di vita per lui. Lo è nelle interviste, nei suoi interventi in tv, lo è con i suoi fan sui social. Probabilmente quel garbo e quella gentilezza di natura contribuiscono alla sua bellezza, altra definizione che compare frequentemente quando si parla di lui. Nel tempo però ne ha fatte di cose per scrollarsi di dosso l’etichetta di bello: dalla fondazione nella sua Torino dell’associazione onlus 1 Caffè, alla creazione della casa di produzione INSIDE con cui ha dato voce ai giovani autori, passando per il teatro interpretando Shakespeare in Love e dove quest’anno è tornato per interpretare il monologo È questa la vita che sognavo da bambino? diretto dall’amico Edoardo Leo.
Per il cinema frequenta volentieri e con disinvoltura il genere della commedia interpretando protagonisti, anche un po’ buffi, che hanno un’eleganza insita nello spirito. Il suo segreto sta nella gentilezza che lo contraddistingue, diventando l’incarnazione dell’amico perfetto e del compagno ideale, come ha dimostrato anche nella surreale serie Sirene tutta ambientata a Napoli. Luca Argentero è sempre in prima linea in progetti innovativi e sperimentali, partecipando anche in opere prime in cui si mette in gioco fino in fondo nella preparazione meticolosa fisica e psicologica dei personaggi.
Lo dimostra il suo ultimo film Copperman di Eros Puglielli, una favola per adulti in cui la gentilezza d’indole e lo stakanovismo danno forma al personaggio di Anselmo, un uomo autistico di 40 anni. Un ruolo intenso, molto complesso che Argentero ha voluto fortemente calcolando tutti i rischi, incarnando con grande sensibilità un uomo non comune che affronta la realtà come un supereroe, con tanto di armatura da eroe della Marvel per sconfiggere il male, che offre molti spunti di riflessione soprattutto in questi tempi.
È soddisfatto. In tutta l’intervista ha gli occhi di gioia pura con un entusiasmo contagioso in cui c’è tutta l’energia per intraprendere nuove avventure e questo mood trapela in ogni parola della nostra chiacchierata.

Luca, ho la sensazione che tu sia particolarmente affezionato al ruolo di Anselmo

(Sorride) Hai ragione! È stata la realizzazione di un sogno. Da quando sono bambino, immagino di indossare un mantello da supereroe e l’armatura di Copperman è un’opera d’arte. Del resto il desiderio di essere un supereroe accomuna qualsiasi ragazzino. Meraviglioso ma complesso allo stesso tempo. È un supereroe atipico perché non ha nessun tipo di superpoteri, non ha armi speciali, raggi laser o ragnatele, ha solo un grande cuore che lo porta ad aiutare gli altri con l’ingenuità di un bambino. Questo è stato un viaggio professionale e umano unico per me, di quelli che ti capitano una volta nella vita, ho avuto il privilegio di avvicinarmi ad una realtà complessa ed articolata ed inevitabilmente ricca.
Sono stato molto fortunato a trovare la collaborazione dell’AITA, un centro che nasce per fornire un supporto concreto ai ragazzi affetti da disturbi dello spettro autistico e altre problematiche neuropsichiatriche. Ho parlato con i medici, gli psicoterapeuti e con i genitori dei ragazzi autistici scoprendo che loro usano le parole per quelle che sono, sono diretti, non conoscono le metafore e non fanno giri di parole, come fanno gli adulti.

È stata una prova attoriale notevole

Assolutamente sì! Al di là del sogno adolescenziale. Parlando da attore mi ha dato un’opportunità unica. Avevo bisogno di uscire dalla mia confort zone, sfidando in qualche modo me stesso alzando l’asticella. È stato un ruolo per certi versi pericoloso, in cui si poteva rischiare di scimmiottare un mondo che ha bisogno di rispetto, oppure non essere abbastanza credibile e profondo per giustificare una favola che poi è il fulcro. È stata una sfida improba però è stato un punto di svolta. Ti giuro, mi ha riavvicinato alla definizione stessa di questo lavoro, legato al mio essere un po’ più bambino senza troppe sovrastrutture che da adulti si hanno. Ho scoperto che quel lato infantile è vivo e vegeto con quella voglia ancora di divertirsi.

Ci sono altre sfide dietro l’angolo come quella del monologo È questa la vita che sognavo da bambino? in cui ritorni in teatro dopo l’esperienza del 2011 con Shakespeare in Love

Sì! Guarda, le sfide ci sono sempre e fanno anche bene, bisogna avere il coraggio di affrontarle quando si presentano. Sono molto contento di ritornare in teatro e di essere diretto di nuovo da Edoardo Leo dopo l’esperienza cinematografica di Noi e la Giulia. Anche questo è un progetto molto delicato in cui il concetto di eroe ritorna, confrontandomi con le vicende umane e professionali di tre uomini dello sport: lo sciatore Alberto Tomba, l’alpinista Walter Bonatti e Luisin Malabrocca, “l’inventore” della Maglia Nera, il ciclista che nel primo Giro d’Italia dopo la guerra si accorse per caso che arrivare ultimo, in una Italia devastata come quella del ‘46, faceva molta simpatia alla gente. È la storia di tre sportivi che hanno fatto sognare gli italiani. Sono grandi personaggi dalle vite straordinarie che hanno inciso profondamente nella società, nella storia e nella loro disciplina. Raccontati sia dal punto di vista umano che sociale, con una particolare attenzione al racconto dei tempi in cui hanno vissuto.

Qual è il fil rouge che accomuna questi tre miti dello sport?

Alberto Tomba era il mio poster appeso in camera e fa parte di un periodo preciso della mia vita, Malabrocca l’ho scoperto da adulto ed è il racconto di chi arrivando ultimo, perché era maglia nera al giro d’Italia, può nonostante tutto vincere e poi Bonatti l’ho sempre vissuto dai racconti famigliari. La mia è una famiglia di alpinisti, con un amore particolare per la montagna e gli sci e questa è diventata la metafora della mia vita.

Eroi come il tema dell’infanzia ritornano anche in È questa la vita che sognavo da bambino? In questo spettacolo c’è tanto di te e del tuo punto di vista. Tu questa domanda te la sei posta spesso?

La mia vita oggi è molto meglio di quella che sognavo io da bambino. Il titolo parte da una domanda anagrafica che quando compi quarant’anni inevitabilmente ti poni. Il mio percorso di vita e soprattutto quello professionale è partito inaspettatamente, non mi ha lasciato un momento libero ed è avvenuto tutto velocemente. A un certo punto mi sono guardato indietro e mi son chiesto: “Come ci sono finito qua?” e in realtà mi sono stupito di come la mia vita sia diventata giorno dopo giorno sempre più piena ed emozionante, sempre in movimento, contornata da persone diverse e speciali. Ma una delle cose che ho imparato a fare nell’ultimo periodo è quella di rallentare i ritmi serrati. Non ho mai amato oziare e confesso che, nel modo giusto, sto imparando ad apprezzarne il piacere. A volte fa bene occuparsi di se stessi e avere del tempo libero mi permette anche di dedicarmi agli amici.

Quarant’anni è un numero importante. Cosa manca oggi nella tua vita che vorresti realizzare?

Mi manca avere un figlio e mettere su famiglia che credo sia un obiettivo tra i più importanti nel esistenza di un uomo. Ho avuto la fortuna di venire da un contesto familiare amorevole. Ho ancora oggi una famiglia unita, cosa non scontata di questi tempi, ed è come se fossi cresciuto in un batuffolo di cotone.

Intanto nella prossima stagione sarai al cinema sarai in Brave ragazze con un cast tutto al femminile e diretto da una donna, Michela Andreozzi. Lavorando moltissimo con le donne emerge il valore che dai nel saper interagire con l’universo femminile

Sì, è il secondo film di Michela. Sarò un commissario sulle tracce di una banda di rapinatrici interpretate da Ambra Angiolini, Silvia D’Amico, Serena Rossi e Ilenia Pastorelli. Io amo le donne. Non ho mai apprezzato la misoginia. Le donne sono per noi dei regolatori di felicità e di amore. Se ci riflettiamo, il cinema non fa altro che raccontare la vita di tutti i giorni. Le nostre giornate sono regolate dall’amore e di fatto le donne sono più accoglienti di noi e innescano l’amore a 360 gradi.

articolo di Antonia Fiorenzano / aprile 2019