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Liberità di Manlio Santanelli

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Liberità di Manlio Santanelli


La separazione consensuale tra mia sorella e il marito filò liscia finché, nel quadro della reciproca restituzione dei beni personali, non si giunse al rene che lei gli aveva donato per un trapianto d’urgenza.

Di separazioni “rognose” la casistica ne annovera una gran quantità, ma solitamente si limita ad oggetti esterni al corpo dei contendenti, che so, un lume, un ventaglio d’epoca, un gioiello di famiglia o quant’altro. Nel nostro caso sarebbe stato necessario un nuovo doppio intervento, che mentre avrebbe ristabilito l’integrità fisica di mia sorella, vale a dire il numero esatto dei suoi organi, di contro avrebbe condannato a morte sicura il marito, il quale a operazioni concluse sarebbe rimasto del tutto privo della normale dotazione renale.
Forse si era in presenza di uno di quei casi a cui solo il buon senso è capace di fornire un congruo rimedio, e il “chi ha dato ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto avuto” della canzone napoletana suggellerebbe la contesa senza il rischio di ulteriori recriminazioni.
Ma mia sorella, alla quale il coniuge aveva inflitto più di un cocente torto, davanti a tutto avrebbe chinato il capo tranne che al sunnominato buon senso. Né i numerosi interventi di amici, affini e parenti, che si ‘spericolarono’ ciascuno a suo modo per una soluzione pacifica, sortirono il benché minimo effetto. La donna era irremovibile: quel rene doveva tornare al suo posto, né più né meno degli altri oggetti.
“Ma i doni sono doni, e in quanto doni passano legittimamente dal donatore al donato”, divenne la litania ricorrente in quei tumultuosi giorni. Niente! E il ragionamento con cui mia sorella smontava tutte le proposte di pacifica composizione della disputa era il seguente: ”Gli ho donato quel rene perché spendesse il resto della sua vita accanto a me. Non perché se lo godesse assieme alle puttanelle dietro alle quali intende correre!”
I risentimenti sono soliti albergare nell’animo di persone dall’orizzonte mentale alquanto limitato; e chi li coltiva, e foglia foglia li spia, è sovente incapace, non diciamo di raggiungere, ma soltanto di avvistare in lontananza quel distacco dalla realtà, quell’atarassia che abbiamo imparato a conoscere sui banchi del liceo; ma, ancorché ripetuto di continuo,trae pur sempre la sua origine da un sentimento, che possima non condividere ma abbiamo il dovere di rispettare. E su tali considerazioni mia sorella, magari inconsapevolmente (siamo pronti a concederle questa attenuante), faceva comunque leva nella sua pervicace rivendicazione.
Finché nel fuoco incrociato di lettere e citazioni, ingiunzioni e convocazioni in giudizio, il Fato, che gioca con noi uomini come un bambino con i birilli, non si inserì di prepotenza, facendo perire mio cognato con un accidente al cuore. Colti di sorpresa, i suoi parenti prossimi diedero l’assenso all’espianto degli organi, e il rene di mia sorella, ancora perfettamente in funzione, passò ad un giovane che era da sette anni in lista d’attesa.
A questo punto, una persona ragionevole avrebbe deposto le armi e rinunziato per sempre al suo discutibile diritto. Mia sorella no. Il rene, ancorché passato in altro organismo senza rigetto alcuno, a suo dire comunque continuava ad appartenerle.
Iniziò un’altra procedura di rivendicazione con la famiglia del giovane, la quale, annoverando tra le sue file un giudice di Cassazione, non solo risultò particolarmente agguerrita in materia, ma si giovò non poco del progressivo sbiadimento del diritto di mia sorella. via via che il rapporto col portatore del suo organo si faceva più labile.
Quando questa era sul punto di rassegnarsi, fu ancora il Fato a rinfocolare le sue intenzioni decretando la morte del giovane monorenale in uno dei tanti incidenti del sabato notte.
Purtroppo, però, ella era destinata ad andare incontro ad una nuova delusione, Quando, infatti, si presentò all’ospedale per chiedere quanto asseriva di appartenerle, le risposero che ormai l’organo tanto conteso viaggiava nel ventre di una religiosa, tal Suor Maria del Carmelo.
Cattolica convinta, e dunque incline per solida fede alla generosità, mia sorella tuttavia non si peritò di rintracciare la tenutaria del suo rene, onde addivenire ad una pacifica composizione della vertenza. La verità è che tutti i vari possessori di quel rene vagabondo si configuravano come casi disperati, davanti ai quali ogni possibile pretesa era destinata a naufragare, anche perché avanzata da persona che il suo rene per tirare avanti ce l’aveva, e dunque che si ritirasse in buon ordine al cospetto della logica prima ancora che dell’umana pietà! E così fu. Mia sorella si mise l’anima in pace ed accettò quanto la vita aveva disposto nei suoi riguardi.
Ma la realtà, che è sempre pronta a dar dei punti alla fantasia, in combutta con il Fato fece sì che incontrasse un nuovo amore, da pochi giorni dimesso dall’ospedale per un trapianto renale. A quel punto non ci fu nessuno della famiglia che non si sentisse sollecitato e solleticato dall’idea di sapere qualcosa di più su quel trapianto.
Si venne così a sapere che l’organo in questione era proprio il gemello di quello che permetteva a mia sorella di continuare a vivere. Quel rene, in poche parole, dopo lungo peregrinare era ritornato a casa.

Manlio Santanelli / illustrazioni di Carmine Luino / maggio 2019