party magazine
temi
gli eventi
le storie
la redazione
Spazi Pubblicitari
instagram
facebook
youtube

PARTY MAGAZINE

Giuseppe Cristiano. Visualizer visionario

#coverthetop

Giuseppe Cristiano. Visualizer visionario


Giuseppe è un visualizer campano che lavora da più di vent’anni in tutto il mondo. Negli ultimi anni ha collaborato ai videogames di Mad Max e The Walking Dead. Ha partecipato ai video dei Radiohead, Madonna e collaborato per molte serie tv tra cui CSI: NY e Six Feet Under.

Visualizer. Visualizzatore o “visionario”? Puoi spiegarci, in sintesi estrema, cos’è il tuo mestiere?

Con gli storyboard aiuto il regista a tradurre le sue visioni in immagini. È un lavoro creativo e di collaborazione. Si procede insieme leggendo la sceneggiatura e analizzando le scene per cercare la soluzione migliore e di maggiore effetto. Il visualizer è un po’ un visionario. I registi non cercano tanto l’abilità nel disegnare quanto invece fantasia e creatività. Questo perché nell’interpretare una sceneggiatura è importante saper leggere tra le righe, immaginare cose che non sono incluse nei testi: gran parte del design, delle scene, di location, costumi ed effetti, spesso non esiste ancora. E poi bisogna costruire la scena nel modo più adatto alla storia, con la giusta posizione delle telecamere, le composizioni delle inquadrature, la continuità delle vicende, la connessione delle scene tra loro. Ma bisogna anche tenere presente che quando si lavora sugli storyboard si guarda la storia principalmente dal punto di vista del pubblico.

Collabori con produzioni internazionali, nomi e aziende importanti in tutto il mondo. Cosa ricordi dei tuoi esordi?

Il mio primo storyboard fu una cosa orribile, tant’è che pensai immediatamente di cancellare questa professione dalla lista delle mie possibilità. Devo ammettere, però, che a quei tempi aspiravo a disegnare fumetti. Non sapevo niente tecnicamente, e ancora meno sapevo dell’industria pubblicitaria. Forse nemmeno chi mi chiamò aveva le idee molto chiare e non mi diede abbastanza informazioni, ma purtroppo è una vicenda ricorrente ancora oggi: spesso vengo chiamato per un lavoro da persone che non sanno esattamente cosa aspettarsi da me. La seconda esperienza andò molto meglio, ma passarono almeno una decina di anni.

Parte del tuo lavoro è legato alla divulgazione del tuo mestiere.
Leggendo l’ultimo dei tuoi manuali, Visualizer Guida completa al mestiere dello storyboard artist, la tua sembra quasi un esigenza di condivisione del sapere.

Ho scritto il mio primo manuale nel 1998 perché i miei studenti mi chiedevano ogni volta un testo dove poter approfondire la materia. Dopo qualche ricerca, mi ero accorto che non c’erano molti libri sull’argomento, e non erano sicuramente attuali. Prima ancora dei manuali, infatti, ho iniziato a proporre lezioni di storyboard nelle scuole d’arte e di cinema a Stoccolma, dove mi trovavo già da qualche anno. Purtroppo gli storyboard non sono sempre presenti nei programmi di studio e vengono accennati molto velocemente, quando invece rappresentano una fase importante per le produzioni, sia cinematografiche che dei giochi. Questa è stata la prima cosa che ho notato e che mi ha spinto a propormi come docente. Ho tenuto lezioni anche nelle agenzie pubblicitarie, perché molto spesso mi trovavo a compiere missioni impossibili di lavoro, quindi l’idea era che non conoscessero bene questa materia e che non potessero usarla, tramite me, nel modo giusto.

Sei campanio. Della provincia di Caserta, Qual’è il rapporto con la tua terra d’origine? Bisogna davvero “scappare”?

Io amo e sono orgoglioso della mia terra di origine. E oggi, complice la conoscenza di molte altre culture, lo sono ancora di più. Purtroppo si dice che l’erba del vicino è sempre più verde. Bisogna essere capaci di apprezzare ciò che si ha. Conosco molte persone, anche molti colleghi che non lo fanno, che si lamentano invece di tutto, come se “andare all’estero” sia la soluzione magica e immediata. Oggi, al contrario di quando sono andato via io, è possibile lavorare da casa grazie a Internet, senza muoversi necessariamente dalla propria scrivania, se non in poche circostanze. Anche io lavoro quasi esclusivamente dal mio studio. Per certe professioni sì, bisognava scappare, non solo perché non ci fossero strutture adeguate per studiare e lavorare in questo settore, ma anche perché la mentalità di quegli anni non era aperta per un libero professionista.

articolo di Carmine Luino / febbraio 2018