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Elena Castiglia. L’arte come mestiere

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Elena Castiglia. L’arte come mestiere


Elena Castiglia ci racconta il suo modo di fare arte: sperimentare, ma con solide basi tecniche. L’amore per Gustav Klimt e David Lynch e un progetto sull’hinterland napoletano.

Raccontaci della tua “prima volta” artistica.

Sin da piccola è sempre stato naturale per me disegnare. Ho sempre avuto la consapevolezza di avere una certa “dote” artistica. Passavo ore ed ore a disegnare e da adolescente avevo già le idee chiare: frequentare il liceo artistico. La mia “prima volta” artistica è legata proprio ad un ricordo del liceo. Con un professore organizzammo una mostra in via Duomo a Napoli, e io presentai il mio cartone pressato “50×70” con un ritratto un po’cubista. Se ci penso mi viene da sorridere. Era la voglia di rompere le regole e di sperimentare, dopo tante ore di disegno classico a matita. In quel momento ero fiera di me stessa: mi sentivo un’artista.

La tua formazione vede la frequenza del liceo Artistico e successivamente dell’Accademia di Belle Arti. Che anni sono stati?

Sono stati anni bellissimi, spensierati e pieni di grinta. Del liceo conservo bellissimi ricordi, ma l’Accademia l’ho amata. La scoperta dell’incisione e l’uso del segno, i primi progetti e il primo gruppo artistico: “Arteria”. Periodi di grandi sogni, insomma.

Qual’è il tuo rapporto con la tecnica nel fare arte?

La tecnica è la base. Io sono un po’ “rigida” in alcune questioni riguardanti il fare arte e su come applicare la la tecnica. Spesso nel caos, dove tutti sono considerati artisti, la tecnica è quasi considerata un concetto superato. Io a quarant’anni ancora studio e applico le tecniche classiche, preparo i miei colori con il pigmento, preparo le tele, le tempere con l’uovo (una tecnica in uso fino al Rinascimento, NdR). Si è artisti per vocazione, ma l’artista è anche un mestiere.

Nel 2006 hai partecipato a 13×17, la mostra itinerante diretta da Philippe Daverio, raccontaci di questa esperienza.

L’esperienza con 13×17 è capitata quando ferquentavo l’Accademia e il gruppo Arteria. Ho partecipato alla collettiva con la mia opera dal titolo Contatto. Raffigurava una lingua di una persona nell’occhio di un altra. Un momento molto interessante di condivisione artistica. Una di quelle esperienze che ti aprono a nuovi modi di vedere l’arte. Tante visioni e tanti stili diversi.

Quali sono i tuoi “maestri” di riferimento?

Il segno di Egon Schiele e quel modo fortemente espressivo di trattare la figura umana. L’eleganza di Gustav Klimt, un visionario, il suo colore così bello da non poter essere spiegato. Dei grandi maestri ammiro molto William Turner e i suoi paesaggi.
Mi affascina e mi attrae l’arte fuori dagli schemi. Nel cinema, ad esempio, adoro Tim Burton e David Lynch. Nella musica preferisco i classici, Mozart su tutti.

Che rapporto hai con il centro della nostra città e con la sua periferia?

Amo Napoli che è la mia città, ma so bene che è tante cose.
Vivo a Casoria nell’hinterland napoletano. La realtà che osservo ogni giorno, fatta di gente comune che fatica, insegue sogni (il classico superenalotto) e vive la quotidianità è diventata materia per un mio progetto artistico: Periferia. Il titolo è provvisorio, ma vorrei diventasse un libro di racconti per immagini.

articolo di Carmine Luino / luglio 2019