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PARTY MAGAZINE

AUGURI DIEGO

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AUGURI DIEGO


Maradona.
30 ottobre, 56 anni.

Caro ambasciatore dello sport degli Emirati Arabi Uniti con sede a Dubai e con una parcella di tre milioni di dollari all’anno, noi stiamo bene e col Napoli ce la caviamo benino. Tu stai una magnificenza. I video che ci giungono da Dubai ci rassicurano sulla tua nuova vita dopo la “malattia”, come chiami quel brutto vizio della droga con cui hai combattuto per vent’anni, vedendo la morte due volte, a Punta del Est e a Buenos Aires, “ma il Barba non mi ha voluto” hai detto quando te la sei cavata. “Un mostro che stava divorando la mia vita”, hai raccontato. “Ma non ho avuto paura a combatterlo e non mi sono fatto stendere”.

È passata. Da dodici anni sei “pulito”. Sei anche rientrato in un peso-forma accettabile da quegli anni dei 120 chili che ti avevano sfigurato. Non eri più il delizioso scugnizzo per cui impazzimmo tutti a Napoli. Soffrivamo per te e stavamo sempre in ansia. Ma te lo ricordi il San Paolo quando fu affollato dai tifosi che avevano in testa la parrucca che imitava la tua testa riccioluta?

Certo che ricordi. Napoli è stata la tua casa, “seconda mamma mia” cantasti una volta commuovendoci. E non manca occasione in cui ci mandi a salutare. “Salutatemi i napoletani”. Ti siamo entrati nel cuore, eh, birichino? Ci siamo conquistati a vicenda.

Per quel che mi riguarda mi hai conquistato non per le delizie al San Paolo, ma per il dramma della tua vita. Ne parlavo con Fernando Signorini, uno dei pochi che ti ha voluto veramente bene.
Ora è tutto a posto. Vivi su una delle isole artificiali di Dubai, Palm Jumeirah sul Golfo Persico, a forma di palma. La tua villa è bianca con grandi vetrate che affacciano sulla piscina e sul giardino. Ti ho visto in piscina. Ora somigli proprio a papà Chitoro con questo tuo faccione pieno. Gli occhi, i tuoi begli occhi di ragazzo ribelle, ora luccicano. Sei allegro. E parli da nonno del tuo nipotino Benjamin che ora ha sei anni, il figlio del Kun Aguero e di Yannina che palleggia agli allenamenti del Manchester City.

Papò Chitoro non c’è più e neanche mamma Tota, donna Salvadora Franco. Il tempo è passato. E arriva, come ogni anno, questo 30 ottobre, e tu quest’anno festeggi i 56 anni, da quel 30 ottobre 1960 in cui, nella povera casa argentina di Villa Fiorito, alle sette e cinque del mattino, una domenica, ti annunciasti con uno strillo e avevi una esagerata peluria in testa. Perciò fosti El Pelusa.

Saprai che, a Napoli, continuiamo a far girare sul video i film delle tue prodezze. È il ricordo più bello che abbiamo, noi patiti del pallone. Ed è come se fosse ieri e il San Paolo era pieno, pienissimo, e ci andavano i bambini, le famiglie, per vederti, e molti bambini di quegli anni si chiamavano Diego, l’omaggio semplice e sentito al campione che venne a rallegrarci.

Perché il tuo calcio è stato essenzialmente gioia, festa, felicità. Sapevi renderlo così, agghindato dalla tua lealtà, dalla straordinaria solidarietà con i compagni, dal rispetto assoluto per gli avversari che non hai mai deriso, come faceva quel briccone di Omar Sivori. Le tue giocate, i tuoi dribbling, la rabona, i gol non erano mai uno sgarbo, uno sfregio, un’ingiuria per gli avversari. Erano giochi di incantesimo davanti ai quali quelli si inchinavano perché le tue prodezze avevano il tocco della grazia, la leggerezza di una magia, il sapore di un bacio.

Persino quella tua birichinata agli inglesi non fu uno sgarbo, ma solo un gesto felicemente istintivo, forse il gol più indimenticabile del mondo, all’Azteca di Città del Messico, 1986, centomila spettatori, il 22 giugno di quell’anno, domenica. Quando Luigi Necco, il nostro amatissimo telecronista, ti chiese se era stata “la mano de dios o la cabeza di Maradona”, tu rispondesti irresistibilmente: “las dos”.

Sullo spiovente di Valdano avevi gabbato, saltando, Peter Shilton che non s’accorse di nulla. L’arbitro tunisino Ben Naucer vide solo un colpo di testa.

Subito dopo, legittimasti quel colpaccio col fantastico gol del raddoppio, il più bel gol dei mondiali. Andasti come il vento, Diego, sull’allungo del Negro Enrique. Settanta metri fra te e la porta degli inglesi. Corri sulla destra. Sgusci tra Beardsley e Reid che avvertono solo il fruscio del tuo passaggio fatato, inchiodati dalla serpentina magica. Gli inglesi cadono come birilli. Forse avevi gli stivali delle sette leghe. Fenwich è l’ultimo ostacolo. È indeciso, poi ti arriva addosso con una falciata. Lo sapevi e lo eviti. Arrivi davanti a Shilton, posizione angolatissima, vicino al palo sinistro, uno spiraglio impossibile. Tocchi la palla in rete mentre l’ultimo inglese, Butcher, un biondone, ti arriva alle spalle e ti molla un calcione tardivo. A bordocampo, Salvatore Carmando era pronto a offrirti la sua testa pelata e abbronzata per il bacio di rito. Avevi 26 anni.
Fu festa a Napoli, quella sera. E, adesso, per quest’altro 30 ottobre, noi patiti di un sogno chiamato Maradona ce ne andiamo in via Scipione Capece a guardare la tua casa dei sette anni napoletani. E ce ne stiamo sulla strada panoramica di Posillipo dove avevi la città ai tuoi piedi.

Quando quel 5 luglio 1984 arrivasti a Napoli, scagliando al San Paolo il tuo primo pallone verso il nostro cielo azzurro, dicesti una frase che poi ci fece capire il tuo amore per Napoli. Dicesti: “Ho lasciato un grande club, il Barcellona, per un città bellissima”.

Auguri, Diego.

articolo di Mimmo Carratelli / ottobre 2016